Cristina Sivieri Tagliabue

25.3.2020

In un momento di difficoltà per i bimbi come la quarantena per il Corona Virus, il 23 marzo ho scritto un pensiero circa diritti dei bambini, e la loro necessità di poter uscire – seppur poco – di casa. Poi questo pensiero è diventato una lettera indirizzata alla ministra delle  Bonetti, è diventata una lettera che tante mamme hanno indirizzato ai sindaci delle proprie città, ottenendo risposte spesso positive.

Nei giorni successivi, le richieste di attenzione ai singoli sindaci di diverse città si sono intensificate: Firenze, Milano, Roma, Torino. Migliaia di mamme, papà e famiglie hanno chiesto un intervento per chiarire cosa si potesse fare e cosa no, in tempi di corona virus, senza incorrere in multe. Finché, dopo meno di una settimana, la ministra Bonetti ci ha risposto, dicendo che il tema avrebbe dovuto essere chiarito. Il giorno successivo, una circolare del ministero dell’interno ha chiarito la situazione. In tutta Italia c’è stata maggior chiarezza, nonostate poi i governatori di Lombardia e Campania abbiano voluto lasciare le restrizioni, e il Primo Ministro Conte abbia dovuto chiarire che non si tratta di “passeggiata”, almeno fino al 15 aprile, ma di uscite solo se necessario.

+ LA LETTERA DAI BAMBINI E DALLE BAMBINE IN TEMPI DI CORONAVIRUS
+ LA LETTERA DEL VIMINALE IN RISPOSTA ALLE NOSTRE RICHIESTE
+ IL MIO INTERVENTO SUL NEW YORK TIMES 
+ LA RASSEGNA STAMPA 

12.12.2019

Un brano dedicato alle donne e la tecnologia “vocale” scritto per un libro collettivo, e una serata dedicata al futuro come l’Innovation Night, lo ShowEvent dell’Innovazione che racconta, con uno stile narrativo unico, il potere della voce nella digital transformation partendo dall’origine della parola, analizzando i trend, i protagonisti di questa rivoluzione e il ruolo che la voce avrà in questa nuova fase della nostra trasformazione digitale.

Oltre 15 esperti del settore, giornalisti, scrittori, testimonial, ospiti italiani ed internazionali si sono alternati, insieme a me, sul palco per raccontare come un giorno basterà parlare per farci comprendere dall’io digitale. Insieme a me,

Simone Capecchi – Executive Director CRIF
Carlo Alberto Carnevale Maffè – Professor SDA Bocconi
Paolo Cellini – Professor LUISS
Franco Lisi – Presidente Fondazione dei Ciechi di Milano
Giovanni De Cesare – Human Innovator
Pietro Lanza – Executive Director Intesa IBM
Marco Carraro – Country Manager GENESYS
Roberto Ciraci – Executive Partner Inventia
Andrea Gaboardi – Head of Digital Merchant Services NEXI
Diego Fardin – Head Of Sales Agenzie ENI Gas e Luce
Andrea Cinelli – CEO Inventia

+ IL LIBRO “PARLO QUINDI SONO” SU AMAZON

4.11.2019

Lo Spot Storytelling Donne di Classe A racconta l’ energia l’efficienza energetica e l’energia attraverso lo stile di vita, l’esperienza, il linguaggio, l’idea e il consumo personale e familiare di energia, di quattro donne.

Ad Aprile 2018 l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha siglato con Italia, Canada, Finlandia e Svezia un accordo di programma per rafforzare il ruolo delle donne nei settori dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili e delle tecnologie low-carbon, oltre che negli altri settori, per dare maggiore impulso al processo di transizione energetica.

 Il nostro Paese è rappresentato da ENEA, presente nel comitato esecutivo e leader della task force che lavorerà alla raccolta dati e alla formulazione di indicatori per individuare le barriere che ostacolano le donne nell’accesso e nella progressione di carriera.

In questo scenario nazionale ed internazionale nasce, all’interno di Italia in Classe A – campagna nazionale per l’ informazione e sensibilizzazione per l’Efficienza Energetica promossa dal Ministero dello Sviluppo Economico con il DLgs 102/2014, in applicazione della Direttiva 2012/27/UE, e attuata da ENEA –  lo Spot Storytelling #DonnediClasseA, che utilizza il moderno linguaggio multimediale e cinematografico per raccontare  l’efficienza energetica e l’energia attraverso l’esperienza, il linguaggio, lo stile di vita, l’idea e il consumo personale e familiare di energia, di quattro donne: Ilaria Bertini, Direttore del Dipartimento Unità Efficienza Energetica dell’ENEA; Alessandra Scaglioni, giornalista e caporedattore di Radio 24; Cristina Sivieri Tagliabue, imprenditrice digitale e Francesca Pucci, Communication Manager.

 La scelta di un registro femminile, sensibile alla ricerca e alla comunicazione, nasce soprattutto per marcare la similitudine tra la dimensione di genere e il concetto stesso di energia, nella sua accezione materiale e immateriale. La similitudine tra #Energia, #EfficienzaEnergetica e #Comunicazionefemminile trova forma proprio nel carattere accogliente, morbido, intuitivo, creativo, fantasioso, concreto, fluido e aperto che contraddistingue quest’ultima.

Il nuovo modo di comunicare dopo l’ascesa dei social network impone anche nuove modalità narrative che permettano di far emergere storie di vita quotidiana.

Per #DonnediClasseA il logo della Campagna Italia in Classe A – costituito dai colori simbolo dell’etichetta energetica –  è stato declinato in cinque sfumature di magenta, per provare a raccontare anche attraverso i colori l’evoluzione del ruolo della donna nella società, parallelamente al ruolo dei comportamenti e delle scelte consapevoli, necessari per attuare pienamente il processo di transizione energetica.

Una scelta ponderata quella del magenta. E’ un colore che non appartiene allo spettro ottico e che per questo lascia al nostro cervello il compito di elaborazione dei dati sensoriali. Il magenta non è presente all’interno dello spettro del visibile semplicemente perché “non esiste”, ma esiste solo nella nostra interpretazione visiva della luce e non corrisponde a nessuna singola lunghezza d’onda effettiva, e può essere ottenuto mischiando quantità uguali di luce rossa e blu. E’ un colore complementare del verde perché assorbe luce verde, colore dell’efficienza energetica.

Lo spot Donne di Classe A, a cura dell’Agenzia Nazionale per l’Efficienza Energetica di ENEA, sarà diffuso on line nel mese di novembre 2019. Si potrà vedere a partire dal “Mese dell’Efficienza Energetica” su tutti i social media di Italia in Classe A, Donne di Classe A ed ENEA – Agenzia Nazionale per Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. 

I temi dello Spot sono stati presentati il 3 settembre scorso alla 76^ Mostra d’arte internazionale del Cinema di Venezia  nell’ambito del Premio Green Drop Award 2019.
Produzione e Regia sono a cura della società di produzione multimediale E-Bag.

+ FB DI #donnediclasseA
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+ LA LETTERA DI INVIO DELL’AGENZIA NAZIONALE ENEA

30.3.2019


Le Contemporanee è una start up sociale e digitale, dal respiro europeo e internazionale. Le Contemporanee è anche una associazione che ha bisogno del tuo supporto e del tuo contributo intellettuale, creativo, morale. La nostra missione è quella di creare e diffondere contenuti multimediali dal valore culturale, artistico, sociale e politico in senso ampio, valorizzando la creatività e l’intelligenza femminile. 

Ibride per vocazione e per la molteplicità di professionalità e temperamenti che compongono Le Contemporanee, crediamo che dalla connessione tra saperi, diversità, mondo on line e off line, nasca la vera innovazione. Tra gli obiettivi più ambiziosi? La costruzione di un media civico dedicato alle donne, che permetta a tutte, ciascuno per la propria parte politica, di unirsi e votare leggi trasversalmente giuste per la parità di genere.

Alle Contemporanee partecipano anche membri delle istituzioni italiane ed europee, a prescindere da partiti o movimenti politici di riferimento. Non ci accontentiamo del poche ma buone, ma vorremmo essere molte e diverse. Vogliamo un tempo che sia davvero nostro e crediamo che questo sia finalmente il nostro tempo. Le Contemporanee è costituita da due gambe operative. La prima, l’associazione, che si fa carico delle proposte e della costituzione di una rete di iscritte e simpatizzanti, nonché della sezione dedicata al Libro Bianco. 

E’ possibile iscriversi all’Associazione “Le Contemporanee – Reti e Incontri” (quota minima 30 euro) per avere diritto a essere parte della scommessa e avere accesso ad alcuni servizi speciali (tra cui newsletter con contenuti esclusivi, facilitazioni per la partecipazione a eventi, iscrizione alla sezione White Book del sito che verrà lanciato a giugno. Qui potrai contribuire realmente a scrivere un libro bianco di proposte insieme a noi per migliorare la condizione delle donne in Italia; il libro la cui scrittura avverrà on line e off line, verrà sottoposto ad aziende e istituzioni italiane ed europee.

Come trasformare una community una comunità? 

I momenti di approfondimento specialistico e istituzionale sono importanti, ma sarà cura de Le Contemporanee creare un coordinamento per stabilire una linea di temi da trattare per la vita del portale on line. Un diario di bordo di grande qualità, all’insegna del pensiero lento, dell’approfondimento, ma anche di contenuti interessanti e leggeri, strumenti audio-video e grafica accattivante, per intercettare le nuove generazioni. Saranno organizzati su Roma e Milano e poi in altre parti d’Italia anche incontri e feste che possano essere un momento di contatto e conoscenza reale tra Le Contemporanee

Il White Book: Un libro bianco per le donne, una chance per Il Paese 

Siamo convinte che una start up sociale come la nostra, che può già contare su un network diffuso di donne e uomini d’eccellenza e che si dota di un nuovo media civico digitale e avanzato, non possa prescindere da un impegno concreto per migliorare la vita delle “coinquiline” di questo tempo. Per questo come primo impegno concreto de Le Contemporanee è una chiamata a raccolta per scrivere insieme un libro bianco per le donne, un libro che non sia dei sogni ma che inquadri le sfide di questo tempo, provi a interpretarle, cerchi strumenti innovativi.Un libro che possa essere interessante per noi tutte, ma soprattutto per le istituzioni e le aziende, vere attivatrici del cambiamento. 

Proponiamo nuovi strumenti di analisi, raccolta e condivisione di idee

Una community on line ma non virtuale, che sa farsi comunità reale. Una rete che intreccia istituzioni, aziende, associazioni, società civile che discuta on line, su una piattaforma avanzata che è rappresentata dal sito de LeContemporanee.it, sui social network (Facebook, Instagram), con incontri prestigiosi pubblici, momenti di approfondimento e socialità più leggeri, ma anche ricerche specializzate e tavoli tecnici supportati da tecnologie e un metodo di lavoro “contemporaneo” come il design thinking

Le nostre attività

6Contermporanea: Eventi privati di networking realizzati con gruppi selezionati di “contemporanee” in ogni città, il 6 di ogni mese. Città di partenza: Milano, Roma, Napoli. Hanno una finalità di relazione e di conoscenza reciproca, e di scambio di opinioni “leggero”. 

Incontri con le “contributors”: incontri tra “contemporanee” che scriveranno e popoleranno il sito internet de Le Contemporanee, che verranno poi raccontate sui social media. Spunto per temi di dibattito e temi da affrontare negli editoriali e nei pezzi più prettamente di riflessione online, o nei dibattiti pubblici. 

Tavoli tecnici: incontri più ristretti con esperte ed esperti dei temi prescelti, da utilizzare pubblicamente ma anche in occasioni private 

Eventi pubblici: un momenti di lancio pubblico di temi chiave per l’avvio della discussione online-offline e di presentazione delle proposte elaborate nell’arco dell’anno 

Ricerche, sondaggi e focus group specializzati sui temi scelti per l’anno in corso o proposti/supportati da aziende/interlocutori istituzionali. In collaborazione con centri studi e sponsor che siano d’aiuto ai tavoli tecnici e/o agli stessi eventi pubblici. La condivisione di proposte concrete ed efficaci ha bisogno di poter contare su solide basi empiriche e scientifiche. 

Il nostro media civico: Lecontemporanee.it

Il Programma 2019 

1) Donne, innovazione e industria 4.0. 

Come la tecnologia e il progresso vengono a supporto delle donne e aiutano a eliminare discriminazioni prima insuperabili? 

L’esempio della robotizzazione è perfetto. Moltissimi lavori saranno sempre più all’insegna dell’ingegno e non della forza fisica; una serie di lavori prima preclusi alle donne oggi, con investimento in sapere e competenze, possono essere nuovi spazi per l’occupazione femminile in Italia (con una cura particolare anche alla occupazione delle donne immigrate). Non solo: lo smartworking e nuovi strumenti a disposizione di chi lavoro rendono possibile una nuova organizzazione dei tempi e dei ruoli, nelle aziende, nelle famiglie. 

Il 4.0 è una opportunità, ma anche una emergenza per le donne. Registriamo ancora tassi di inattività ed esclusione dal mercato del lavoro tra i più sconfortanti d’Europa e un numero ancora troppo limitato di donne che intraprendono studi in materie STEM. O si coglie la sfida, adesso, o la partita sulla occupazione è persa. C’è bisogno dell’impegno di tutti e di una vera strategia 4.0 anche da un punto di vista di genere. 

2) Lotta alla povertà: una battaglia che si vince solo con le donne 

Nel mondo e in Italia tentare di combattere la povertà assoluta e relativa, significa soprattutto combattere la povertà femminile e infantile. Non c’è politica per le famiglie, non c’è policy per combattere la povertà, che non passi prioritariamente dall’inclusione delle donne nel mercato del lavoro. 

Non solo dove non ci sono donne nel mercato del lavoro c’è povertà, ma dove non ci sono donne non c’è sviluppo e non c’è crescita. Lo dimostrano moltissimi studi eppure questo approccio viene troppo spesso dimenticato. Da dove iniziare? Con la possibilità di disegnare, nel nostro libro bianco, nuove forme di incentivi all’assunzione delle donne nelle aziende, attraverso differenti strumenti di conciliazione e condivisione dei carichi familiari, tramite un nuovo welfare che preveda strumenti diversi e flessibili per l’assistenza e la cura di minori e anziani, con una efficace concorrenza pubblico privato nella gestione dei servizi, vere politiche attive del lavoro. Tutto questo può realizzarsi solo se reperiamo risorse del bilancio pubblico, ad esempio restituendo il tesoretto derivante dall’equiparazione dell’età pensionabile delle donne che doveva essere destinato, già diversi governi fa, al fondo per la non autosufficienza e che invece è stato destinato ad altro. 

3) Un giro di ricognizione sugli strumenti istituzionali di lotta alle discriminazioni di genere. E Un nuovo approccio alle questioni di genere. 

C’è un dibattito in corso, che anche in passato diverse organizzazioni avevano appoggiato, per la creazione di un primo organismo consultivo sul modello francese de “L’Haut Conseil à l’egalité entre les femmes et les hommes”, organismo che in Italia potrebbe essere composto da esimie personalità esperte di questioni di genere e impatto di genere, che valuti appunto l’efficacia, l’appropriatezza e l’equità delle leggi e dei comportamenti interni alle istituzioni. 

Sarebbe senz’altro un primo passo importante che ci vede impegnate e favorevoli, anche insieme a Pari o Dispare, antesignana di questa proposta e ad ASVIS, alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, che da diverso tempo ha raccolto questi spunti. 

Occorre provare però anche a spingerci oltre, nella riflessione e osare. Potrebbe infatti essere opportuna una riflessione sulla possibilità di operare un vero giro di ricognizione sugli organismi di parità e lotta alle discriminazioni in Italia, valutandone l’efficacia. 

Valutare quali siano oggi gli strumenti e gli organismi più efficaci e rapidi per un upgrade tangibile in termini di inclusione, permanenza e carriera delle donne nel mercato del lavoro. Per questo crediamo che possa essere utile una riflessione sulla opportunità di creare una vera autorità indipendente contro le discriminazioni. Una autorità con reale potere sanzionatorio. La lotta alle discriminazioni non è solo una giusta questione di diritti umani e civili, ma anche una questione di libera concorrenza nel mercato del lavoro e nell’economia. Non tutte le questioni di equità di genere e di merito possono essere risolte attraverso azioni positive come le quote rosa o attraverso un report puntuale dell’impatto di genere delle vecchie e nuove leggi dello Stato. 

Occorre, parafrasando Henry Kissinger, un vero numero di telefono a cui rivolgersi in caso di necessità, un organismo capace di dissuadere aziende e amministrazioni dal perseguire comportamenti scorretti nei confronti delle donne, abilitato a sanzionare lì dove necessario, specialmente nelle fattispecie che non riguardano la sfera penale o civile e che restano spesso sottotraccia o nascoste, ma che rappresentano gabbie o soffitti di cristallo invisibili. 

Valutiamo dunque la possibilità di un organismo autonomo dal potere politico, che abbia una rete attiva sul territorio, un po’ come accade con gli ispettori del lavoro, che preveda una struttura snella a livello centrale, cooperante con organismi già esistenti come l’Antitrust, il Ministero del lavoro e dello Sviluppo economico, l’ANPAL. 

4) Ove si presentasse l’occasione di trattare un altro grande tema, Le Contemporanee saranno attivamente attente nel valutarlo e portarlo all’attenzione dell’associazione

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8.9.2018

Abbiamo lavorato, nella nostra casa di produzione, alla promozione di tantissime cose: oggetti, valori, prodotti culturali soprattutto. Ci siamo fatti la cosiddetta “punta al cervello” per tantissime iniziative. Abbiamo provato a raccontare anche i libri, attraverso il video. Ma i nostri sforzi non sono valsi mai a molto. Il booktrailer non funziona un granché, per promuovere l’editoria classica. Non ho mai capito il perché.

5.4.2018

Carolina Crescentini e Serena Autieri si sono prestate alla registrazione di una “zero” di un format molto carino ideato dall’attore Francesco Apolloni, che si svolge più o meno così. Francesco con la sua auto vintage aspetta sotto casa una celebrity (un comico/a o una bellissima ragazza/donna) e la porterà in giro per la città, nei luoghi del suo cuore “alimentare”. La meta sarà un ristorante o un bar che l’ospite ama particolarmente, dove i due faranno una sosta per fare colazione o pranzare insieme.
Seconda opzione: Francesco accompagna la celebrity in un luogo “fuori porta” legato alla storia del suo ospite e ad un alimento della sua dieta quotidiana. Sarà messo alla prova della “potatura”, “mietitura”, raccolta e varie eventuali amenità che si troveranno lungo il percorso.

LA STRUTTURA

Il programma è articolato su un’unica intervista per puntata, costruendo così un racconto per immagini ironico e divertente. Il nostro protagonista di puntata, infatti, dimessi i panni di personaggio famoso subirà il richiamo all’avventura grazie al nostro conduttore, che arriverà a bordo di volta in volta di un: Porsche cabrio,  Maggiolone, 500 vintage, una 2 cavalli…

OPZIONE 1

 Il conduttore e l’ospite  partiranno per il loro breve viaggio. La meta sarà scelta dall’ospite stesso.  Un ristorante o un bar. “Dimmi cosa mangi e bevi e ti dirò chi sei” dice un vecchio proverbio no? I due ordineranno, pranzeranno o faranno colazione, continuando la conversazione come due buoni amici. Durante  il viaggio il conduttore farà una serie di domande (ironiche e provocatorie) così che, il personaggio sveli qualcosa di sé, di intimo, di segreto e che ci emozioni o faccia notizia… Come in qualsiasi viaggio che si rispetti c’è sempre l’imprevisto o l’incontro con  qualcuno o qualcosa che ci arricchisce e da senso al nostro percorso. Accompagneremo i nostri due viaggiatori fino alla metà e infine li seguiremo sulla via del ritorno. Perché il viaggio perfetto è circolare, la gioia della partenza, la gioia del ritorno.

OPZIONE 2

L’ospite potrà scegliere una seconda metà,  fuori città. Un luogo della sua infanzia, che poi ha determinato la svolta nella sua professione, un luogo del suo immaginario dove non è mai stato, ma che è per lui  frutto di ispirazione, può essere il luogo dove ha girato un film che ha significato qualcosa nella sua vita ma soprattutto, perché quel luogo richiama la sua perversione/ossessione culinaria/alimentare o di benessere. Il rientro del viaggio è articolato come nella prima opzione.

LA STRUTTURA

Il programma è articolato su un’unica intervista per puntata, costruendo così un racconto per immagini ironico e divertente. Il nostro protagonista di puntata, infatti, dimessi i panni di personaggio famoso subirà il richiamo all’avventura grazie al nostro conduttore, che arriverà a bordo di volta in volta di un: Porsche cabrio,  Maggiolone, 500 vintage, una 2 cavalli…

OPZIONE 1

 Il conduttore e l’ospite  partiranno per il loro breve viaggio. La meta sarà scelta dall’ospite stesso.  Un ristorante o un bar. “Dimmi cosa mangi e bevi e ti dirò chi sei” dice un vecchio proverbio no? I due ordineranno, pranzeranno o faranno colazione, continuando la conversazione come due buoni amici. Durante  il viaggio il conduttore farà una serie di domande (ironiche e provocatorie) così che, il personaggio sveli qualcosa di se, di intimo, di segreto e che ci emozioni o faccia notizia… Come in qualsiasi viaggio che si rispetti c’è sempre l’imprevisto o l’incontro con  qualcuno o qualcosa che ci arricchisce e da senso al nostro percorso. Accompagneremo i nostri due viaggiatori fino alla meta e infine li seguiremo sulla via del ritorno. Perché il viaggio perfetto è circolare, la gioia della partenza, la gioia del ritorno.

OPZIONE 2

L’ospite potrà scegliere una seconda meta,  fuori città. Un luogo della sua infanzia, che poi ha determinato la svolta nella sua professione, un luogo del suo immaginario dove non è mai stato, ma che è per lui  frutto di ispirazione, può essere il luogo dove ha girato un film che ha significato qualcosa nella sua vita ma soprattutto, perché quel luogo richiama la sua perversione/ossessione culinaria/alimentare o di benessere. Il rientro del viaggio è articolato come nella prima opzione.

+ LA PUNTATA ZERO CON CAROLINA CRESCENTINI 

2.2.2018

Insieme ad Arci, Teatro della Contraddizione e La Cordata, abbiamo dato vita ad un progetto di quartiere in cui l’associazione Non Chiederci La Parola creasse un laboratorio di giornalismo “partecipato” con ragazzi sotto i 16 anni. Ne è nata una bella esperienza, in cui non solo i giovani, ma anche noi “docenti” abbiamo dovuto metterci molto alla prova, sovrastati da generazioni per i quali la vera televisione è YouTube, e poco altro esiste.

+ IL PROGETTO 

21.8.2017

L’estate del 2017 è stata rivoluzionaria, perché ha portato alla ribalta attraverso il movimento #metoo gli scandali e gli abusi nel mondo della produzione cinematografica statunitense. Asia Argento ha preso delle posizioni molto forti, che hanno fatto discutere. La mia opinione è stata ripresa dal New York Times in un caldo pomeriggio di ferragosto.

+ L’ARTICOLO DEL NEW YORK TIMES 
+ L’ARTICOLO ONLINE

20.4.2017


La prima notte in bianco della mia vita è stata quella dopo la sua nascita. Non potevo smettere di guardarlo. Tutto il resto, da allora, ha assunto una diversa prospettiva.

20.10.2016

Ero da poco incinta quando ho visitato con Enrico Ghezzi la Cappella degli Scrovegni a Padova. Uno dei luoghi più incredibili del mondo. La sensazione fortissima di essere davvero all’interno di un luogo sacro. Per la bellezza della sua creatività.

10.10.2016

Il significato di Lunigiana è “terra della luna”. Un luogo dove, nascosti tra i castelli, riposano leggende, misteri, e anche qualche fantasma. In un percorso “ideale” tra la costa toscana e il confine nord con l’Emilia Romagna sono centinaia le pietre che, se potessero, svelerebbero storie

Fabio Genovesi, scrittore, vincitore del Premio Strega Giovani e protagonista di questa storia parte da un luogo di pesca con il suo Defender per un viaggio alla ricerca dei misteri della Lunigiana. 

Pernotterà in castelli bui e pieni di fascino. Si confronterà con una salvifica “guida” del luogo, un po’ per farsi rincuorare e un po’ per orientarsi, e terminerà il suo viaggio in una notte di luna piena

COMMITTENTI:
SKY ARTE HD
Trame di Lunigiana
Fondazione Accenture 

+ IL CONCEPT DI MOONLAND
+ IL DOCUMENTARIO MOONLAND 

29.9.2016

Scienza, ambiente, tecnologia e medicina. Una rassegna di documentari inaugura un percorso di ricerca, scoperta e divulgazione attraverso il linguaggio dell’audiovisivo

Gli Open Innovation Days sono stati occasione di incontro e scoperta a 360 gradi. 

Volti, strade, dibattiti, ma anche anteprime cinematografiche nella cornice del Giardino Botanico di Padova, dove si è tenuta una “zero” del primo festival italiano dedicato ai documentari a tema innovazione. In senso lato, fanno e faranno parte delle future selezioni gli audiovisivi italiani e stranieri dedicati a scienza, tecnologia, ’ambiente e medicina. Non solo spiegazioni tecniche e scientifiche, però: l’obiettivo di NOVA DOCU è stato aprire le porte della conoscenza a tutti, giovani e non, attraverso un percorso di gioco e intrattenimento. 

L’apertura degli OID è partito il 29 settembre, dunque, in parallelo con NOVA DOCU, e vedrà la presenza di un’ospite d’eccezione. James Redford, figlio di Robert Redford, è un documentarista che da sempre si occupa di raccontare in termini semplici le grandi problematiche della medicina, delle questioni etiche e psicologiche ad essa legata, con una particolare attenzione alle nuove generazioni.

Presenterà l’anteprima italiana del documentario “Resilience”, documentari che affronta  o a, insieme alle iniziative del Redford Center, una Fondazione dedicata allo storytelling di cause di difficili da raccontare.

Le due sere successive NOVA DOCU presenterà altre due anteprime nazionali di rilievo. La prima, il 30 settembre, è Zero Days, il documentario di Alex Gibney che svela l’incredibile storia di un virus Stuxnet, nato in laboratori statunitensi per varcare e penetrare all’interno di sistemi nemici, per esempio, all’interno di macchine nemiche come quelle dell’Iraq.

L’anteprima più attesa è stata quella di Werner Herzog. Il grande regista tedesco, infatti, attraverso un documentario illuminante racconta che cosa sia davvero internet oggi. Lo and Behold, questo il titolo della pellicola, è un viaggio d’autore imperdibile, che aprirà le porte alle proiezioni nel Belpaese attraverso un’anteprima dedicata  agli OID e realizzata in collaborazione di iWonder Distribution.

A corollario di queste anteprime, sono stati  proiettati nei pomeriggi una serie di documentari italiani e stranieri selezionati con la collaborazione con il Festival Cinema Ambiente di Torino.

+ LA RASSEGNA STAMPA 
+ IL VIDEO PROMO DEGLI OPEN INNOVATION DAYS

27.1.2016

 

Nel 2006, per 8 giorni consecutivi, ho acquistato i primi cinque quotidiani nazionali (adesso ce ne sono ancora cinque, di quotidiani di carta?) e contato le firme femminili in prima pagina. 

Su 487 articoli firmati, solo una settantina erano le donne giornaliste. Ma la cronaca, si sa, siamo brave tutti a farla. Noi che tessiamo e cuciamo dall’età di Ulisse, vuoi che non sappiamo scrivere una news? 

La questione si fece più triste quando si trattò di contare le opinioni “firmate” dalle donne, in prima pagina, di quei cinque quotidiani: non c’era nessun corsivo. Neppure uno.

Mi prese così l’istinto di verificare se, nel mondo della cultura in senso più ampio, la discrasia fosse meno evidente. E allora cominciai a cercare in modo forsennato numeri e percentuali.

Tutti i 1641 registi italiani su Wikipedia. Soltanto il 3 per cento sono donne. 

Prima di questo convegno ho fatto un altro paio di conti: 

Le aziende “hi grow” femminili: siamo al 24,2%
Le aziende delle “gazzelle”, le giovanissime: 25,6% 

Le nuove aziende: qui i dati sono dell’Istat e ci dicono che nel 71,2% dei casi gli imprenditori delle nuove imprese con dipendenti sono uomini. 

Tutte le imprese digitali europee: solo il 19% delle imprenditrici sono donne.

Pensai, e penso ancora, c’è spazio.

E infatti scopro che nel mondo della cultura e dell’intrattenimento in tante ci stanno provando. Sono il 32% dele nuove imprenditrici under 35.

C’è spazio perché la qualità specifica delle donne è differente da quella degli uomini, e se nell’arte, nella cultura e nella famiglia abbiamo saputo avere un ruolo centrale, le nostre doti sono strategiche anche per un’impresa.

Da piccole le mamme ci hanno insegnato che “la prima volta” sarebbe stata la più importante, un momento indimenticabile. 

Quella che ci avrebbe fatto entrare davvero nel mondo dei “grandi”. 

Tuttavia non ci hanno detto che avremmo potuto desiderare “la nostra prima volta” anche senza la presenza di un uomo.

Non ci hanno detto che la prima volta avrebbe essere potuto essere “il primo articolo”. Il “primo stipendio”. Il “primo figlio” ma anche la prima volta di diventare “il capo”.

Il capo azienda, il capo famiglia, il capo di governo. E infatti, la “capa”, la “boss”…. il solo termine, fa un po’ ridere, e non è mai stato nei nostri disegni di bambine. 

Perché desiderare il potere è un desiderio cattivo. Fuori luogo. Inelegante. E’ un desiderio di chi vuole fare i soldi. E i soldi li devono guadagnare gli uomini, no? Sono gli uomini quelli che si ammazzano di potere…

Poi cresci, e ti rendi conto che se davvero desideri realizzare qualcosa di unico è proprio necessario diventare il capo. Perché se sei seconda dovrai sempre e comunque sottostare alla volontà altrui. Per questo, io credo, le donne desiderino fare impresa. 

Perché è forse l’unico modo non solo per gestire il proprio tempo – la famosa worklife balance – ma soprattutto perché generare un’azienda è un atto di creatività, nella quale possiamo investire tutto il meglio di noi, consapevoli che se crescerà bene, sarà solo merito nostro. 

E noi donne, di creatività, ne sappiamo qualcosa.

Certo, poi occorre il coraggio “della prima volta”. Quella sensazione di stordimento e di emozione che solo una grande esperienza “al buio” è capace di darci. Quel momento “della prima volta” in cui mettere alla prova se stesse, e comprendere più che quanto ci sta intorno, ancora una volta i limiti del nostro corpo e del nostro desiderio.

Lo vogliamo davvero?

Perché “farlo la prima volta”  non significa semplicemente tentare, ma mettersi nell’ordine di idee di riuscirci bene. E non solo: deve essere bello, deve essere giusto, e deve essere indimenticabile.

Certo, poi occorre anche scontrarsi con tutti i problemi di una “relazione”, e di una famiglia e di una maternità, ma sappiamo benissimo che per noi un successo è quando abbiamo fatto una cosa di cui andar fiere, e non necessariamente costosa, o profittevole.

Creare un’impresa è un’atto di fede.

Dal mio punto di vista la start up, la nascita di un’impresa, è qualcosa che posso tranquillamente paragonare alla creazione di una “famiglia”. 

Nel momento in cui l’associazione culturale nasceva e dalla quale, successivamente, ha preso forma la mia azienda, ho avuto intorno non soltanto socie, ma amiche. 

Una famiglia di persone partecipi della mia scelta, che alcuni definiscono anche “coraggiosa”. La fase di preparazione è stata una ginnastica continua, dove ho dovuto imparare che la mia alimentazione non era tanto importante quanto quella dei miei collaboratori. Ho imparato a diventare multitasking esattamente come fanno tante mamme che si districano tra mille esigenze, ed ho potuto contare su una rete “sociale” di accoglienza che ha reso il periodo della gestazione più semplice, e meno traumatico. Esattamente come una madre con un figlio che usa meglio di lei l’iPad ho imparato le regole delle tecnologie digitali, ed ho cercato il modo migliore affinché potessero esprimere ….

Dopo aver fatto impresa, e lo scorso anno con Lalà Productions siamo arrivati a un ottimo fatturato, posso solo consigliare una cosa alle più giovani. Se dovete farlo “la prima volta”, non pensate di poter fare altro, mentre lo fate. La vostra concentrazione sarà tutta lì, e non potrete divagare troppo perché quel worklife balance che desiderate ve lo dovrete guadagnare con il sacrificio di tanti week end e notti insonni.

Se lo volete fare “per la prima volta”, non ci sarà un principe azzurro con il suo cavallo bianco salvarvi. Quindi, se lo doveste e voleste davvero fare “per la prima volta”, non fatelo con leggerezza.

+ IL DISCORSO SU LA REPUBBLICA DEGLI STAGISTI 

20.12.2015

E’ possibile trasformare un “non luogo” di cemento in una comunità attiva e dialogante, nel solo spazio di sei mesi? Questa è stata la sfida di Expo Village. In solo 183 giorni, più di mille esistenze si sono incrociate, incontrate e confrontate in “zona neutrale”. Un posto creato per il loro soggiorno ad Expo, dove hanno lavorato all’interno dei padiglioni del proprio Paese, e dove quotidianamente hanno percorso strade che li hanno portati non solo a confrontarsi con il mondo dell’Esposizione Universale, ma con i passi, le abitudini, la religione, le usanze, i mestieri e i cibi di oltre 77 nazionalità. Un mix di culture unico nel suo genere, e un percorso di vita indimenticabile, che porteranno con sé per tutta la vita. L’intenzione di questo piccolo “short video” di 3 minuti è quello di catturare l’essenza delle presenze di Expo Village. Volti che hanno lasciato a casa affetti e certezze, e affrontato la sfida non solo di lavorare come “expat” a Milano, ma incrociare e rapportarsi con migliaia di turisti e “vicini-lontani di casa”. Senza perdere il sorriso mai.

+ CHE COS’È EXPO VILLAGE

11.11.2015

Durante l’arco di tanti anni di produzione audiovisiva ho avuto l’occasione di confrontarmi e collaborare con tante realtà italiane e straniere, raccontando le loro storie. Non ce n’è una che prediligo sulle altre: penso che tutti questi lavori mi abbiano aiutato a capire meglio il mondo che gira, oltre che come gira il mondo.

+ BIP INTEGRATION PARTNERS 
+ CAIRO EDITORE
+ DELIVEROO 
+ EATALY NET
+ EDISON
+ EDUCA FESTIVAL
+ FONDAZIONE ACCENTURE 
+ IL SOLE 24 ORE 

+ MAAM
+ MOULINEX 
+ NEARIT
+ OXFAM
+ PETME TUTORIAL 
+ PETME COMMERCIAL  
+ RASSEGNA STAMPA PETME COMMERCIAL 

+ RED BULL
+ UNICOOP

8.5.2015


Quasi 400 donne registrate in poco più di una settimana dal lancio, e il video – realizzato da noi di Lalà – diventato subito virale su tutte le piattaforme social (10milionidiworkher/), una campagna che rivendica #10milionidiworkHer e #piùdonneallavoro.
È stato l’esordio, entusiasmante, del portale workher.it, nel quale ho anche il ruolo di “tutor”, per una sfida importante: 10 milioni di donne in più al lavoro in Italia.
Dieci milioni, infatti, è il numero delle donne che potrebbero ancora lavorare nel nostro Paese (9,3 milioni di donne lavorano in Italia, corrispondenti al 46% del totale, dati Istat 2014).

WorkHer nasce da un’idea di Piano C, il coworking che propone modelli organizzativi innovativi (anche) per le donne, Network Comunicazione, agenzia milanese specializzata in contenuti e format multimediali, e con il sostegno di Intesa Sanpaolo, con l’ambizioso obiettivo di aiutare a raggiungere la piena occupazione femminile. La presenza femminile nel lavoro nel nostro Paese è infatti tra le più basse d’Europa, dove la media dell’occupazione femminile supera il 60%, e l’Italia si posiziona tra gli ultimi posti al mondo per partecipazione socio-economica delle donne (114° posto su 142, dato del World Economic Forum, Rapporto 2014).

Una vera occasione sprecata, se si pensa che, secondo un recentissimo studio del Fondo Monetario Internazionale, la “disparità economica di genere” causa oggi in Italia una perdita di PIL del 15%, mettendola tra i Paesi in cui questa perdita è maggiore nel mondo (fonte: “Fair Play: More Equal Laws Boost Female Labor Force Participation”, FMI Febbraio 2015). “Con Piano C, in questi anni ci siamo trovate a raccogliere tanti strumenti utili: siamo un osservatorio su contenuti importanti su donne e lavoro, intercettiamo donne interessanti e pronte a cui a volte manca proprio pochissimo per rientrare nel mondo del lavoro. Per questo crediamo in workHer: per portare online le dinamiche virtuose che viviamo ogni giorno nella nostra community, insieme ad altre persone tutto è possibile”, spiega Riccarda Zezza, presidente dell’associazione Piano C. Per questo è nata workHer: una rete per trovare contatti e progetti reali, ma anche un innovativo sistema di formazione e informazione ritagliato su misura per ogni donna grazie a uno strumento esclusivo di autovalutazione professionale, L’EST (Esplora, Scegli, Trasforma). Sviluppato per workHer su attitudini e aspettative femminili da un team di psicologhe del lavoro e sociologhe dell’Università Cattolica di Milano, il test rivela in modo immediato dove si è e dove si vuole andare professionalmente, mettendo in luce punti di forza e di debolezza della nostra identità lavorativa.

“Le donne che cercano di inserirsi o reinseririsi nel mondo del lavoro” spiega Silvia Brena, Ceo di Network Comunicazione, “hanno di solito tre grandi difficoltà, che rischiano di diventare tre fortissimi impedimenti: un deficit di informazioni e di strumenti adeguati alle odierne logiche del mercato del lavoro, una mancanza di visibilità e di contatti e soprattutto l’impossibilità di collegarsi a una rete di supporto. Con workHer intendiamo offrire alle nostre utenti un percorso formativo e informativo e soprattutto una rete di contatti con professioniste e manager, con associazioni imprenditoriali e di categoria”. Fondamentali, infatti, sono le reti e la visibilità cui workHer dà accesso. Perché workHer è anche una vetrina virtuale che consente alle donne di affacciarsi direttamente sul mercato: una vetrina, utile per la donna che cerca lavoro, per la libera professionista e l’imprenditrice che vogliono offrire servizi e prodotti, e per la startupper. Ma workHer è anche un percorso formativo, che permette di accedere rapidamente a strumenti utili, aggiornamenti, notizie e sportelli professionali. Infine, la piattaforma dà la possibilità alle sue utenti di interagire con Mentor e Contributor affermate e conosciute.

Le prime, professioniste ben inserite nel mondo del lavoro, metteranno a disposizione delle workHer conoscenze ed esperienza acquisiti sul campo, in un rapporto 1 a 1 con le iscritte che ne faranno richiesta. Le seconde, esperte o appassionate dei temi di workHer, terranno aggiornato il network con i loro approfondimenti. Senza dimenticare quelle figure professionali, quali le coach e le esperte in discipline diverse, in grado di fornire alle utenti consigli e supporto di base, grazie a sportelli dedicati e tutorial di immediato utilizzo per avviare e migliorare il proprio progetto, aprire una partita Iva, redigere un business plan.

Oltre al sostegno di Intesa Sanpaolo, che ha creduto fin dall’inizio nell’iniziativa, oggi workHer vanta al sua fianco anche la presenza di Monster, Assolombarda, Women for Expo, Professional Women Association, Acta e la media partnership del blog del Corriere della Sera La27esimaOra. “In Intesa Sanpaolo la presenza femminile è molto significativa, specialmente nelle attività di filiale, quelle più a contatto con l’economia reale delle famiglie e delle imprese sul territorio.” Afferma Vittorio Meloni, Direttore Centrale Relazioni Esterne di Intesa Sanpaolo. “L’empatia e la capacità relazionale tipica delle donne, unita alle necessarie competenze professionali nei ruoli assegnati, le rendono un’insostituibile ricchezza per l’azienda. E’ quindi importante offrire loro uno strumento di supporto facile ed efficace per l’ingresso o il reinserimento nel mondo del lavoro. Metteremo a disposizione di “workHer” anche la voce e l’esperienza di alcune nostre colleghe che rivestono ruoli importanti e che potranno contribuire con le proprie competenze allo sviluppo di questo nuovo progetto di lavoro al femminile.”

+ IL SITO DI WORKHER

1.5.2015

Non si impara ad essere cittadini consapevoli e solidali se non si partecipa in modo attivo e informato alla ricostruzione di un tessuto sociale più coeso, inclusivo e aperto alla condivisione. I libri e i corsi non mancano. Le relazioni familiari e sociali aiutano. Ma salvo rare eccezioni, non ci sono laboratori che valorizzino, divulghino, trasformino gli “ideali” della partecipazione in gioco, arte, o pratica di vita. 

Come si insegnano il coraggio, il senso della squadra, la propensione all’altro, la generosità, le culture altre, la curiosità, la creatività, la responsabilità, l’orientamento al futuro e alla realizzazione di sogni, la gioia di partecipare insieme, l’innovazione sociale, l’umiltà, l’ascolto? Sono troppo rari i luoghi “vivi” che connettano l’insegnamento dei valori alla pratica di vita: serve un progetto che abbia salde radici culturali ma che riesca, al tempo stesso, a creare partecipazione e attenzione su cosa significhi oggi essere parte dell’innovazione sociale del Paese. 

Attenzione e partecipazione. Questo è ciò che The Social Place vuole alimentare, costruendo una pratica efficiente e inclusiva per fare informazione, conoscere e far conoscere le storie, i problemi e le soluzioni socialmente avvertite che si sviluppano a Milano per arrivare ad aiutare praticamente chi partecipa attraverso una narrazione condivisa, critica e inclusiva. 

Milano ha molto da raccontare nella sharing economy e nelle pratiche innovative di condivisione. Dal recentissimo “baratto amministrativo” alla badante in sharing, dalla condivisione dei libri più amati (bibliosharing) all’automobile sotto casa. Milano è la città italiana dell’eccellenza, in questo campo. Ciò nonostante, l’informazione è spesso parcellizzata. 

Con The Social Place Non Chiederci La Parola ha dato vita a un “inizio di percorso” che ha una radice narrativa e che, grazie al Comune di Milano, sta iniziando ad inserire questa “pratica di vita” nel quotidiano di un buon numero di giovani adolescenti. L’esperienza, iniziata da poco, ha raccolto numerosi consensi. Sia tra i genitori – anch’essi interessati al tema e alle volte partecipi insieme ai figli – sia tra i ragazzi, che hanno trovato nel racconto personale e collettivo una diversa modalità di condivisione rispetto a quella che vivono oggi con i social network. Una modalità più consapevole di quella veloce e asettica dei social network commerciali che emerge dalla riflessione condotta insieme intorno a “cosa” condividere e “con chi” condividere. Il proseguimento del percorso è affondare le radici di ​The Social Place in un luogo della città dove tutti coloro che avessero necessità di conoscere, o il desiderio, di partecipare, di condividere servizi – e anche disservizi – possano trovare ascolto e consiglio, facendosi “voce” della città stessa attraverso la narrazione online.. 

Il progetto ​The Social Place ​nasce di per sé come un luogo di narrazione del territorio. E, come si sa, quando un racconto è interessante, diventa la comunicazione di se stesso senza dover “strillare troppo” la propria esistenza. Il tono di voce di The Social Place sarà sempre quello della competenza giornastica e dell’intrattenimento intelligente. Oggi il sito è visitato da circa 100.000 persone ogni mese, da tutta Italia. L’obiettivo è far crescere questo numero, e la fruizione, da parte dei milanesi.

Nel maggio 2015 il progetto The Social Place è stato “adottato” dal Comune di Milano, attraverso il bando “Adolescenti e Sicurezza” come strumento per il coinvolgimento degli adolescenti di zona 1 e zona 6 (in ATI con La Cordata e Arci) al fine di creare una narrazione “partecipata” del territorio milanese, e al tempo stesso per sviluppare le capacità cognitive, di relazione sociale e di interpretazione della realtà degli adolescenti. I giovani milanesi coinvolti nel biennio previsto dal bando sono dunque invitati ad imparare a raccontare storie “di quartiere” attraverso corsi settimanali di storytelling. Il corso sviluppa anche la consapevolezza delle infinite possibilità di racconto e restituisce ai ragazzi gli strumenti critici per interpretare le notizie, sia lette sia “viste” in tv. 

Nascendo come un progetto “cittadino” ed essendo realizzato da un’associazione che opera nei quartieri centrali di Milano, The Social Place ha visto coinvolte anche realtà sul territorio circostante. In particolare, sono state realizzate attività di “reading” e di sensibilizzazione al quartiere insieme alla  catena Cioccolatitaliani, attraverso i negozi di Via De Amicis e Piazza San Giorgio, che hanno visto una grande partecipazione di giovani e giovanissimi. 

Il progetto prevede anche la narrazione delle persone e delle organizzazioni che hanno seminato un reale cambiamento all’interno del Paese per generare un reale impatto sociale nei loro territori. Il progetto prevede il coinvolgimento di giovani “reporter” o “videomaker” che, attraverso la narrazione del contesto culturale e sociale a loro vicino, sviluppino a loro volta socialità e cultura diffusa, attraverso la pubblicazione dei loro elaborati sul sito realizzato in collaborazione con Il Sole 24 Ore e il dibattito online sulla pagina Facebook dedicata al progetto. 

The Social Place diventa anche progetto TV e seriale, su internet, grazie a Sky Arte HD, che ne acquista i diritti per un documentario, chiamato FIL.

Il Documentario

“Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto dell’equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta“

Robert Kennedy, 18 marzo 1968

La misurazione del benessere di un Paese è strettamente legata al suo PIL. E tuttavia, il Prodotto Interno Lordo spiega la comunità in cui viviamo solo attraverso una variabile strettamente economica.

E’ calcolato su informazioni parziali come produzione, consumi e redditi.

Quasi agli antipodi rispetto a questa visione negli ultimi anni si è affermato il concetto di Gross National Happiness. Un modo differente di pensare al benessere dei cittadini perché il GNH, in italiano il FIL, è un parametro più rotondo, legato alla produttività, ma soltanto in relazione alla qualità della vita.

Dunque che cos’è la FELICITA’ INTERNA LORDA, è perché diventa così importante nel momento in cui la mobilità sociale viene a mancare? 

FIL è un calcolo matematico. Basato su parole come qualità dell’aria, salute, grado istruzione e ricchezza dei rapporti sociali. E FIL è anche la scelta di vita di persone che hanno fatto proprio questo calcolo, e deciso che tutto l’oro del mondo non vale la ricchezza di una vita. Che un’esperienza che migliori il contesto sociale e culturale è meglio di un successo personale. Che un noi è meglio di un me.

La web serie

#cemento #milano #nomeintervistato

Opera. 12,8km dal Bacio di Veermer in Brera

Come ogni viaggio che si rispetti c’è chi il FIL lo realizza regalando movimento a chi è fermo ad uno STOP grande come una caserma. (cavalli in carcere)

#cemento #catania #oggi124 #colore #nomeintervistato

Librino, 7,6km dall’antiteatro romano di Catania

Posti in cui nessuno vorrebbe andare, luoghi dimenticati, periferie al limite della vivibilità. Certe volte basta un’idea per rimettere in gioco gli spazi. A Librino il progetto Oggi124 ha coinvolto tutta la città: cittadini che ricolorato il grigio.

#colore #giardinicondivisi #verde #nomeintervistato

#Chinatown Milano, 9098 km da Chinatown, Shangai

Ogni angolo verde, all’interno di una metropoli, è un luogo che potenzialmente può diventare un piccolo paradiso. Ecco come un piccolo giardino abbandonato, a metà tra un benzinaio, Chinatown e le nuove costruzioni Feltrinelli di Porta Volta, si è fatto orto, per tutta la città e per la comunità cinese italiana.

#verde #grandedistribuzione #riciclo #recupero #economiadeldono #nomeintervistato

#Brescia, 24,6 Km dalla discarica di amianto di Montichiari

Per ogni metro quadrato di verde in città ci sono milioni di metri cubi di alimenti che ogni giorno vengono semplicemente gettati via. Nel nulla. A Brescia, c’è chi ha pensato di rivoluzionare il processo di spreco. In favore di un’economia del dono

#grandedistribuzione #economiadeldono #cultura #teatro #musica #nomeintervistato

#Firenze, 4,3 km dal David di Michelangelo

Le cooperative toscane incarnano ancora oggi un punto di riferimento importante per i cittadini. Alla Unicoop Firenze hanno deciso di aiutare il teatro, l’opera e la musica classica e leggera del luogo mettendo in fila una serie di concerti, nei punti vendita. Il risultato? L’aumento del 25% delle vendite di biglietti degli 80 artisti e associazioni che hanno partecipato al progetto.

#economiadeldono #cultura #musica #piazze #paolozanarella #Paolo Zanarella 

#Mestre, 9,4 Km dal Teatro La Fenice, Venezia

Inventarsi un carrello per portare con sé un pianoforte a coda in tutta Italia.  Mettersi in mezzo alle piazze e, semplicemente, iniziare a suonare. Lo chiamano il “pianista fuorip osto” perché s’è inventato una modalità nuova per condividere musica. Paolo Zanarella la motivazione per il suo FIL l’ha trovata portando il pentagramma fuori dai posti “deputati”.

#cultura #musica #transumanza #tournellefattorie, Liguria. 47Km medi di distanza dai centri abitati

Transumanza è il passaggio della musica dai centri cittadini alle fattorie e nei luoghi periferici. Vito e Le Orchestrine hanno girato, e girano, nelle fattorie italiane in un tour tutto agreste. In cui i contadini non pagano il biglietto. Ma ospitano la band e condividono con loro il sapore delle vecchie tradizioni della terra.

#stanze #economiadeldono #teatro #appartamento #nomeintervistato

Una volta accadeva solo alla corte del re, di ascoltare una piece teatrale in casa. A Milano l’associazione culturale Stanze ha riportato gli attori a stretto contatto con le persone. Niente biglietti ma soprattutto, un nuovo modo per interagire con gli attori, fare domande, approfondire, inaugurare una piece teatrale.

#distretticulturali #creazionedazero #fondazionecariplo #ricerca #perfezione #materia #legno

Cremona, 8,5 km da Piazza Stradivari

+ LA WEB SERIE 

16.10.2014

Coltìvati è web serie nata da un’idea di Cristina Gabetti e mia, e realizzata in collaborazione con Donnamoderna.tv e Oxfam Italia. Racconta migliori pratiche per coltivare  la sostenibilità quotidiana ed è stata lanciata da Donnamoderna.tv. Oxfam Italia ha scelto la giornalista e scrittrice Cristina Gabetti come testimonial di questo nuovo format perché attraverso il suo lavoro – e la popolare rubrica “Occhio alllo Spreco” a Striscia la notizia – invita il pubblico in modo efficace a partecipare alla salvaguardia dell’ambiente con azioni semplici, alla portata di  tutti.

In 10 puntate racconteremo in modo semplice la vita di alcuni prodotti di largo consumo, dalla mela ai jeans, dalla zucchina al cioccolato, sperando di scatenare una gran voglia di diventare parte della soluzione e di permettere alla natura di rigenerarsi, di continuare, con infinita generosità, a sostenerci” ha detto Cristina Gabetti.

La produzione è stata dell’associazione Non Chiederci La Parola.

+ IL SITO DI OXFAM ITALIA

26.6.2014

E’ un format di how to-tainment condotto da Barbara D’Urso, con trucchi su come mantenersi in forma e affrontare con energia e positività i mille impegni della vita quotidiana. Ispirato al libro di Barbara, edito da Mondadori, “Ecco Come Faccio”, anticipa gli how-to delle influencers per raccontar in modo semplice come fare, per tenersi in forma.

Donna Moderna aveva pubblicato uno studio di Assidai e SDA Bocconi in cui su 400 donne coinvolte nella ricerca, una su tre conviveva abitualmente con lo stress da lavoro, e una su due faticava a conciliare il lavoro con gli impegni familiari. Il format cercava di “dare una mano” in modo semplice, e “alla mano”. 

I suggerimenti semplici e concreti di Barbara, un po’ alla stregua di Goop di Gwyneth Paltrow,  promettono di vivere in modo sano e di perdere peso con facilità, senza grandi rinunce e senza dispendio di tempo o di denaro.

In ogni puntata, Barbara affronta un diverso tema legato al benessere e all’alimentazione, mostrando in prima persona gli esercizi che ogni giorno fa per mantenersi in forma, preparando la sua colazione ideale, o qualche spuntino goloso per spezzare la fame con leggerezza. In alcune puntate, sarà affiancata da un ospite esperto che approfondirà l’argomento trattato. 

TEMI PUNTATA:

  1. Rebirthing – con l’intervento di Antonella Aiello, la scoperta della respirazione circolare.
  2. Yoga e saluto al sole
  3. Colazione – quale e quanta acqua bere, l’importanza degli integratori, la colazione di Barbara
  4. Prevenire i mali di stagione con il cibo – aglio, riso, noci brasiliane, olio, zenzero
  5. Trucchi antifame – mela a fettine prima del pasto, bicchiere di acqua e limone, aceto di mele, caffè, yogurt
  6. Falsi miti – birra vs vino, insalatona, mozzarella di bufala, pasta
  7.  Stare in forma con il pilates – con l’aiuto di Elena Carozzo, esercizi pratici per tutti i giorni
  8. Corsa al mattino
  9. Spuntini fuoripasto – frutta, acqua…
  10. Come mangiare – no ai mix proteici, pasta integrale, piatti unici, carne bianca vs. carne rossa, uova, condimenti
  11. Trucchi per la linea – yogurt prima dell’aperitivo, soffritto senza olio, soia, masticare lentamente
  12. Segreti di bellezza – le vitamine, la detersione, l’idratazione, mani perfette
  13. Trasgredire con furbizia in cucina: le ricette preferite di Barbara
  14. Rimettersi in forma in 15 giorni
  15.  Dieta lampo

+ BACKSTAGE DI “ECCO COME FACCIO

4.5.2014

Il documentario Resilience di James Redford ha fatto sì che ci incontrassimo. 

E’ stato uno dei momenti più intensi della mia vita, e due anni dopo invitato James a raggiungermi al Festival Nova Docu, per presentare questo incredibile lavoro anche in Italia. Resilience è un documentario che mi ha spinto a lavorare sul racconto del “reale”, e che permette a tutti noi di guardare al racconto scientifico con occhi diversi.

James, che ha raccontato la dislessia in modo così originale, è figlio di Robert Redford, si occupa della fondazione di famiglia Redford Center, ed è un documentarista di raro talento. 

+ LA BIOGRAFIA DI JAMES REDFORD 

11.2.2014

Impegnativa, ma bella, la produzione di “Se mi posti ti cancello”. Non è una minaccia scritta su un social network, magari in un momento di rabbia, ma la webserie disponibile da oggi in esclusiva nella sezione on demand del sito di Mtv. Obiettivo numero uno: aiutare i ragazzi, e specialmente i giovanissimi, a un uso corretto della Rete. Non solo. Perché per combattere i mille pericoli che si annidano sul web (dal cyberbullismo al digital divide) sono gli stessi ragazzi a insegnare ai loro coetanei, rigorosamente via video, come difendersi.   Il progetto, realizzato del Safer Internet Centre Italia, Generazioni Connesse (Sic), coordinato dal Ministero dell’Istruzione e co-finanziato dalla Commissione Europea, ha visto la partecipazione anche di numerose associazioni come l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Polizia di Stato, Save the Children Italia, Telefono Azzurro, Cooperativa E.D.I. e Movimento Difesa del Cittadino.  

La serie prende ispirazione dagli oltre 300 video inviati dai ragazzi tra gli 11 e 16 anni che hanno aderito alla Campagna “Se mi posti ti cancello” lanciata da Generazioni Connesse lo scorso febbraio. 

Cinque i video vincitori, che saranno trasmessi ogni lunedì fino al 27 ottobre. Voce narrante degli episodi, che partono da esperienze realmente vissute dai protagonisti, RichardHTT, webstar di Youtube, che lancia i suoi video sui temi delle puntate in modo alquanto ironico, ma senza tralasciare messaggi di tipo educativo. La serie vedrà anche la partecipazione dell’attrice e comica Alessandra Faiella, nel ruolo di madre di Laura.  Ogni puntata, realizzata con il contributo degli stessi autori dei video selezionati, è dedicata a un tema diverso: cyberbullismo, sexting, esposizione ai media, sessualità online e digital divide.

+ LA SERIE SU MTV 
+ LA RASSEGNA STAMPA
+ IL PROGETTO GRAFICO PER LA REALIZZAZIONE DEL LOGO
+ IL PROGETTO DEL SITO INTERNET 

16.12.2013

Uno dei più bei progetti che abbia mai realizzato. Insieme alle istituzioni più incredibili che il nostro Paese possa vantare: Triennale di Milano, Sky Arte HD e Repubblica.

Una serie tv, un “viaggio” dentro le più interessanti mostre della Triennale di Milano: video realizzati in esclusiva per gettarsi alla scoperta del percorso espositivo, dei contenuti e dei retroscena dell’allestimento, guidati dalla voce dei protagonisti, dalle immagini del “making of”, dai disegni e dai lavori degli artisti. A ogni puntata la presentazione di due esposizioni, condotte da Erika Suzuki, “viaggiatrice curiosa appassionata di design”.

“Che significa essere Italian Makers? Un unico comun denominatore: l’eccellenza italiana che unisce mani e pensiero”. Così si apre il primo appuntamento del nostro viaggio attraverso il talento italiano, dedicato a due grandi mostre.

Ecco la puntata zero, da leggere.

Recupero. Artwo, dentro e fuori le mura: Valia Barriello racconta la selezione dei progetti in mostra, frutto dell’impegno dell’associazione Artwo nel “recuperare oggetti e persone”: cose usate, spogliate del loro ruolo e della loro funzione, sono state portate a nuova vita grazie al lavoro delle mani dei detenuti della Casa Circondariale di Rebibbia – Nuovo Complesso a Roma, guidate dal progetto di artisti e designer contemporanei. Scopo ultimo: “rompere le barriere” come afferma Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum, nel video che presenta le opere. Un ‘uso’ diverso del design, per “fare della detenzione un momento di rieducazione e di recupero di una coscienza civile invece che la semplice applicazione di una pena”. In mostra, progetti di: Massimiliano Adami, Ivan Barlafante, Stefano Canto, Riccardo Dalisi, Fabio Della Ratta, Carlo De Meo, Sara Ferrari, Duilio Forte, Michele Giangrande, Andrea Gianni, Francesco Graci, Alessandro Guerriero, Yonel Hidalgo, Lanzavecchia + Wai, Alessandro Mendini, Paolo Ulian.

Quarantanni d’arte contemporanea. Massimo Minini 1973-2013.  “Mamma, voglio fare il gallerista”: un omaggio al noto gallerista Massimo Minini e all’omonima galleria di Brescia a 40 anni dalla sua fondazione, costruito attraverso la raccolta di fotografie, ritratti, “pizzini” che negli anni ne hanno sedimentato la storia, rigorosamente scelti dall’occhio ironico e dissacrante del fondatore. Nel video, l’intervista a Letizia Cariello, uno degli artisti chiamati con un’opera a rendere omaggio al gallerista. Un flash back espositivo in cui trova spazio anche una sezione dedicata alla fotografia: “grandi” fotografi che ritraggono “grandi” artisti come Mulas, Giacomelli, Catalano, Gorgoni. 

+ LO SPECIALE DI D DI REPUBBLICA
+ LA PUNTATA ZERO 

 

12.12.2013

Guidata da Cristina Sivieri Tagliabue, Lalà nasce dall’esperienza di Non Chiederci La Parola, associazione culturale specializzata nella produzione video nel mondo non profit, che opera a Milano dall’8 marzo 2008. 

Lalà è un’impresa sociale partecipata sin dall’inizio da non profit, e nasce come una casa di produzione video specializzata in storytelling multimediale, con sede a Milano e Rovereto. Produce format internet e televisivi, e lavora con realtà imprenditoriali piccole e grandi sviluppando concept di comunicazione e advertising.

Il lavoro di Lalà copre le esigenze del cliente a 360 gradi: dall’analisi di brief, prodotto e target, coadiuvata da esperti del settore, fino all’ideazione del concept creativo, e al suo packaging. Start up innovativa dedica parte della sua attività allo studio e alla ricerca di nuovi linguaggi.

Il nome stesso, Lalà è il precipitato dei due articoli femminili presenti all’interno di Non Chiederci La Parola

+ IL SITO
+ LA SCELTA DEL LOGO
+ LA SCELTA DEI COLORI DEL LOGO
+ IL BRAND BOOK

3.7.2013

 

La fortuna di far parte di una grande famiglia brianzola è avere una rete di amici/parenti dall’energia instancabile, pieni di idee e di iniziative a latere, rispetto al loro lavoro. E’ così con Andrea Tornaghi, mio cugino appunto, ha pensato a una pubblicazione che certo mostrasse “i gioielli di famiglia” (la catena di gioiellerie Re Mida in gran parte cura il design delle creazioni in vendita) ma che raccontasse anche un modo “parallelo”, fatto di letteratura e di riflessioni. In questo numero, da me curato, abbiamo pensato al “Raggio Verde” come metafora dello spendere della vita. Al suo interno, oltre note firme del giornalismo italiano, abbiamo ovviamente lasciato ampio spazio alle cose che brillano, fotografate in modo magistrale.

+ LA PUBBLICAZIONE DI RE MIDA
+ LE GIOIELLERIE RE MIDA 

15.6.2013

“Sei sul serio libero?”
“Si”
“Cioè tu vuoi vestirti così?”
from Django Unchained (2012)

Django è stato il nome che ho dato al io compleanno, i miei 40 anni. Una giornata “a salve” in cui videomaker, imprenditori, innovatori internet e mondo del cinema giocheranno alla cowgirl, o al pistolero (ma il dress code non è obbligatorio) in un’atmosfera glamour di relax e chiacchiere.

Il luogo prescelto è stato Manciano, appena sopra Capalbio, dove una frotta Wip (Wanted Important People) hanno iniziato la giornata con un pranzo in un agriturismo e sorseggeranno Franciacorta adagiati su balle di fieno.

Alessandro Preziosi, Sabrina Scampini, Jonathan Kashanian, Andrea Lethoska, Filippa Lagerback, Tiberio Timperi, Yvonne Sciò,Francesca Fogar, Lucianna De Falco, Alessandra Faiella, Barbara D’Urso, Gregorio Paolini, Andrea Gherpelli, Francesca Valtorta, Ilaria Spada, Corinne Clery, Alan Cappelli Goetz, Matteo Cassanelli, Elena Di Cioccio eClaudio Petruccioli nello stesso recinto, a contatto con il mondo del cinema – Giuseppe Piccioni, Enrico Ghezzi, Francesco Apolloni – della letteratura – Melissa P, Silvia Nono, Fulvio Abbate – dello sport- Camille Lacourt (testimonial Edison e atleta più sexy delle Olimpiadi di Londra), Primo Reggiani – dell’innovazione e impresa – Renato Soru, Massimiliano Magrini, Chicco Testa, Ugo Fava, Francesco Moreschi, Francesco De Santis, Andrea Tornaghi, Maddalena Tronchetti Provera, Mauro del Rio, Allegra Antinori – e perché no, anche della politica – Anna Paola Concia e la moglie Ricarda, Irene Tinagli.

Ho organizzato un party lungo una giornata, da pranzo a notte fonda, insieme a Non Chiederci La Parola. Ci siamo divertiti moltissimo.

+ LE FOTO SUL CORRIERE DELLA SERA 
+ L’INVITO 
+ IL VIDEO DELLA FESTA 

8.3.2013

Per una vera democrazia paritaria le donne si candidano alle più alte cariche dello Stato. Con uno spot provocatorio.

Donne alla carica. O meglio è tempo di donne in carica. Dopo i risultati delle politiche dell’anno precedente, uno dei pochi dati incontrovertibili è stato quello riguardante la presenza femminile in Parlamento. Un dato statistico che vede le quote rosa in crescita. Ma ancora a oggi si parla di consultazioni e di rosa di candidati alle più alte cariche dello Stato che non considerano i curricula di donne riconosciute per opportunità e adeguatezza al ruolo a livello nazionale e non solo. E’ stato fatto qualche vago accenno al fatto che sarebbe arrivato il momento di avere una donna al Quirinale, come se questo fosse un miraggio cui l’Italia non può aspirare realmente in questo millennio. C’è il rischio di vedere un’ennesima sequenza di nomine maschili. 

Pari o Dispare associazione per la valorizzazione di genere nella società e nel mondo del lavoro l’8 marzo 2013 lanciava una campagna di sensibilizzazione in un momento cruciale per il Paese dal punto di vista politico ed economico in cui il rinnovamento è una questione imprescindibile e l’alternanza di genere potrà garantire una nuova prospettiva in linea con l’esprit du temps. Cuore dell’iniziativa di Pari o Dispare uno spot dal tono provocatorio per andare oltre il concetto di quota rosa e verso una partecipazione attiva e responsabile alle prossime consultazioni politiche.

Allo stato attuale sembra più probabile per una donna impegnata in politica poter accedere a un percorso cardinalizio nel prossimo Conclave che essere inclusa tra i papabili nomi candidati al Colle. E’ cosi nelle scene dello spot proposto Alessandra Faiella, attrice di teatro e protagonista di satira di genere, indossa i panni di un Cardinale dopo aver appreso che oltre alle cariche di Stato altre posizioni di tutta autorevolezza si sono rese disponibili come quella papale.

Una provocazione di pensiero per attirare l’attenzione sull’attualità e sullo spazio da dedicare alle donne: intelligenza e trasparenza per determinare il nuovo Presidente della Repubblica chiamato a rappresentare lo Stato e garante dell’unita’ nazionale e del rispetto della Costituzione. La selezione deve dunque avvenire tra le risorse e le personalità migliori che si sono distinte a livello nazionale e internazionale, in grado di conciliare le diverse istanze e supportando il Paese in questo momento di grave crisi economica.

 Lo spot va oltre il “politicamente corretto” e punta direttamente all’assurdo: una donna cardinale. Una provocazione, a trattative politiche in corso e alla vigilia del prossimo conclave,  e una domanda aperta: è più facile per una donna diventare cardinale o salire al Quirinale? L’Italia è ancora ben lontana dalle percentuali determinanti di ruoli di responsabilità affidati alle Donne. 

 “Partecipando al dibattito attuale abbiamo pensato – afferma Cristina Molinari, presidente di Pari o Dispare – fosse giunto il momento di creare uno spazio alla candidatura femminile per il Quirinale. In un paese dove si deve ritrovare la giusta rotta, un cambiamento degli schemi e valutazioni più in linea con il resto dell’”Europa rimangono le uniche speranze per tornare a essere competitivi. Nell’interesse di uomini e donne.” 

L’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria si associa alla promozione del video prodotto da pari o dispare e condivide l’urgenza per il nostro Paese di donne di talento nelle più alte cariche dello Stato, a partire dalla Presidenza della Repubblica.

Chi è Pari o Dispare:
Pari o Dispare è la nostra scommessa. Ricorda il nome di un gioco che abbiamo conosciuto da bambine e bambini. Quando eravamo forse ancora uguali. Ora le dispare sono le donne italiane. E’ dunque tempo di ricominciare a giocare, in un 2010, anno pari, che segni davvero un cambio di passo contro le discriminazioni di genere perpetuate in Italia e ci riavvicini anche da questo punto di vista all’Unione Europea a 27. Non vogliamo vincitori o perdenti : vogliamo pareggiare per poter vincere tutte e tutti. Rendiamo, questo, un gioco a somma positiva per lo sviluppo   del nostro Paese.

Chi è Alessandra Faiella:
Attrice, comica e autrice di testi per la tv e il teatro, ha pubblicato Il brutto delle donne, Il lato B e, con Giorgio Ganzerli, il Dizionario Lei-Italiano, Italiano-Lui. Ha lavorato in televisione nei programmi di Serena Dandini, Piero Chiambretti, Cochi e Renato, Daria Bignardi. Ha portato in teatro monologhi di Franca Valeri e di Franca Rame.
Tra i suoi ultimi spettacoli teatrali di maggior successo Stasera non escort e Nudi e crudi di Alan Bennett con Max Pisu. Tiene da anni corsi sulla comunicazione, l’umorismo e l’autostima. La versione di Barbie è anche uno spettacolo teatrale, un monologo con Alessandra Faiella per la regia di Milvia Marigliano.

CREDIT
Prodotto : A.D. 2013 Una donna cardinale?
Committente : Pari o Dispare – www.pariodispare.org
Ideazione : Sarah De Pietro – Valeria Manieri
Coordinamento Outstandinglab
CdP : NonChiederciLaParola
Regia : Cristina Sivieri Tagliabue (Supervisione), Pierpaolo Moro (Regia), Giulia D’Andrea (Assistente)
Direttore Fotografia : Federico Di Corato

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8.2.2013

Madame Rouge è una peccatrice in pentola. Personaggio che s’ispira agli anni ’30 e affonda le radici nella cultura del café chantant e nell’avanspettacolo, è nata per sfatare i luoghi comuni sulle donne in cucina, delle donne della cucina, e dei doveri, della cucina. 

Innovatrice, ironica e disincantata, Madame Rouge, dalla sua salle de bain, racconta un immaginario che mescola cucina, erotismo, uomini e padelle. In ogni puntata della web series che porta il suo nome, Madame Rouge, racconta ricette gustose ed irripetibili con lo scopo di inserirvi l’elemento cardine, e simbolo, della serie: il peperoncino. Che porterà, finalmente, il piacere a tavola, e la tavola nel letto. Perché si cucina sempre per un lui, o una lei, e la cucina è anche piacere. 

Ed il fine ultimo non è il piatto perfetto, ma la serata divertente e l’esperienza dell’assaggio. Il piacere nel suo insieme, visto da un’ottica assolutamente femminile. 

Madame Rouge ci mostra per la prima volta un incredibile mix di ricette erotiche ironizzando e capovolgendo il modello dei grandi chef e delle signore protagoniste dei format culinari, racconta un modo differente di essere donna: nessuna dieta, ricette da realizzare in pochi minuti, piacere nel vivere la lentezza di una serata, e attenzione ai desideri del proprio corpo. All’inizio di ogni puntata Madame si rivolge alle donne contemporanee, che lavorano e che hanno a malapena il tempo di dedicarsi a se stesse. 

Le invita a provare le ricette dalla sua vasca surreale garantendo un originale orgasmo per coronare la serata. (riferimento esplicito ai Monologhi della Vagina di Eve Esler) 

D’altronde, prodotta da una casa di produzione tutta al femminile, la serie di Madame Rouge è un segno dei tempi: cambia la sensibilità delle donne e la voglia di essere protagoniste del mondo erotico con auto-ironia
Durata media di puntata: 3 minuti Online dal 18 gennaio 2013

La protagonista, LUCIANNA DE FALCO
Lucianna de Falco è nata a Ischia e ha studiato in Italia e all’estero sotto la guida, tra gli altri, di Mario Santella, Ernesto Calindri, Michele Monetta, Monika Pagneux e Julie Stanzak. Comincia con il teatro di ricerca (tournè mondiale con l’Atelier International de l’Acteur) e prosegue con quello musicale (“Novecento Napoletano”, “Cafè Chantant”), il teatro di tradizione (“I dieci comandamenti”di R. Viviani per la regia di M. Martone) e la nuova drammaturgia contemporanea (“Mamma” di A.Ruccello, “Fedra” di S.Kane e “Il Contagio” di W. Siti). Tra gli spettacoli che ha ideato e interpretato ricordiamo “Lucì, voci e volti dal faro” storia della prima donna guardiana del faro andato in scena nei fari italiani e “Leggere il cinema”, reading di sceneggiature dei capolavori del cinema italiano. Lucianna de Falco è nota al grande pubblico grazie ai ruoli interpretati in “Sei forte maestro” (Maria, la cuoca) e “Un posto al sole” (Dolly Salvetti). Al cinema ha lavorato con S. Loren, A. Quinn, M. Ferreri, F. Ozpetek, Aldo Giovanni e Giacomo, C. Vanzina e Pupella Maggio. Con “La grande menzogna”, nel ruolo di Anna Magnani, vince diversi premi alla migliore interpretazione tra cui il premio internazionale “best acting” al festival Sedici Corto. 

CREDITS
Da un’idea di (in ordine alfabetico) Lucianna De Falco, Federica Masin, Cristina Sivieri Tagliabue 

Interpretato da Lucianna de Falco
Scritto da (in ordine alfabetico) Lucianna De Falco, Federica Masin, Cristina Sivieri Tagliabue
Supervisione alla regia Francesco Fei
Produttore esecutivo Federica Masin
Make Up Walter Gazzano Yves Saint Laurent
Dop, camera, audio Stefano Garbin e Gabriele Rossi
Assistenti produzione Martina Tisato e Claudia Bessero
Editor e post-produzione Stefano Garbin
Grafiche Francesca Cogni
Un particolare ringraziamento a IED, sede di Milano 

Si ringrazia inoltre: Daniela Cerrato, Paola Toia, Enrico Chiara, Chiara Colombo, Monica Selvaggio, Daniela Robecchi, Antonella Avvinti, Olga Mascolo, Marco Giacalon

+ LA RASSEGNA STAMPA 

1.8.2012

Danda Santini, giornalista incredibile e direttrice di Elle fino al 2018, mi ha chiesto di provare a guardarmi dentro.
L’ho fatto, senza capire esattamente quale sarebbe il risultato, ma ho fatto del mio meglio.
Ne è uscito un racconto di cui vado molto fiera. 
Il titolo che ho scelto è “Il Corpo Infedele”. Parla dei miei 39 anni.

Il Corpo Infedele

Bastardo. Sapevo prima o poi mi avresti tradito. 

Giorno dopo giorno avevo occultato gli indizi della tua disattenzione. Taciuto le tue assenze con la sapienza di chi troppo ama e ha paura di perdere. Distolto lo sguardo dagli occhi delle amiche, che delicatamente o meno cercavano di farmi intuire la questione.

E’ proprio vero che non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere.

E tu, maledetto, ti allontanavi sempre più. La mattina distrattamente mi osservavi appena in piedi di fronte allo specchio. Oppure la sera, prima di salutarci e abbandonarci ad un libro, o al sonno. Tra le righe capitava di cogliere un tuo pensiero, di sottecchi. Non te ne volevi far accorgere ma ora la puoi dire la verità: eri quasi disgustato, vero? Una domenica ti ho colto impreparato: mentre ti abbracciavo sentivo la mancanza di desiderio. Anzi sembravi aver scoperto il limone nel caffè. Eri aspro. Tu che non c’erano più le carezze né i sorrisi e non c’erano più nemmeno le risate sulle short sbagliate, le mini troppo corte e lo stivale da pioggia anche se poi esce il sole.

Tu che non eri più mio perché avevo smesso di raccontarti di me. E tu lo stesso, di te. Silenzio. Lavoro. Silenzio: cosa ci stava accadendo?

Tu che sollevavi i pesi del mondo e con leggerezza te ne liberavi, che correvi forte ma che non ti mancava mai il fiato di dirmi forza, ce la puoi fare avevi lasciato la presa. Tu che mai avresti rinunciato a una serata con gli amici, a ballare o a un afterhour, a mollare tutti per un’alba dentro la sabbia del mare. Ad ascoltare le onde. Insieme. Al freddo. Al caldo. A qualunque temperatura.

A chi avevi preso a dedicarti? Io ti volevo folle e intenso, come vent’anni fa e invece tu, odioso, hai rinunciato al sapore di una vita d’avventura. Mi hai obbligata ad appuntamenti che somigliano sempre più a routine. 
Un aggiustamento dietro l’altro ha trasformato la nostra vita nell’esatto contrario dei miei sogni di adolescente. Siamo diventati quello che gli altri volevano noi fossimo. Prima ci si muoveva in questa borghese gabbia. Poi tutto ha preso a stringersi, ulteriormente, e soffocare ogni possibile dissenso. Siamo finiti immobili, per paura di non invadere il territorio altrui, per paura delle parole, cattive, di chi ci sta intorno.

La dieta al posto dell’alimentarsi sconsiderato e fuori orario. La palestra come luogo imprescindibile del nostro menage. Le vacanze come momento per disintossicarsi da noi stessi, invece che riscoprirci, muoverci, divertirci. I fine settimana nelle spa, nelle saune, nei luoghi di benessere. La notte a prendere pillole per dormire, la mattina ad assumere gocce per svegliarsi. I fiori di Bach per affrontare una professione che invece che in discesa è in salita, e ci divide. E tu, stronzo, sempre a farmi notare le imperfezioni. E io a parar colpi dalla mattina alla sera, per strada, con le auto della città che se non sei in auto di sotterrano e se sei in auto di suonano. In ufficio, a parar parole che stridono. Rumori, persone, discorsi senza senso, posizioni sbagliate per poi ritrovarci a pezzi, senza saper più cosa dire, senza più tempo per noi. La disperazione che ci porta, dopo mesi di stress e di silenzio a conquistare uno spazio per noi, ma solo per una consulenza da chi ci può rimettere in sesto per ripartire per un’altra immersione in acque difficili di squali. 

E’ giusto. E’ sbagliato. Non lo so. Abbiamo fatto fatica. Abbiamo pagato decine di persone che ci aiutassero a sostenere il peso di noi. Psicanalisti psicodinamici cercavano di organizzare te e me, e metterci in pace e farci dialogare. Ci siamo riusciti? Quanto vale parlare di fronte ad un coach, ad uno psicanalista freudiano, junghiano, adleriano. Quanto è vero, e reale, un discorso mediato da un personal trainer, un personal philosopher, un attore situazionista, un dietologo, un chirurgo plastico, un sacerdote, un missionario, un astrologo, un personal shopper, un antiquario, una coppia di architetti, un cool hunter, una cartomante, un fisioterapista, uno shatzuka, un clown, un massaggiatore o comunque chi si dedica alla cura di persone per mestiere. Eravamo noi?

Abbiamo speso, tanto, ed è servito a sentirci più buoni. Ecosolidali, salutisti, bioentusiasti. Equilibristi disadattati del terzo millennio, ci mancava d’imparare a ridere di noi. Della separazione che stava comunque delineandosi perché naturale.

Perché non l’avrei mai ammesso ma mentre combattevo per restare quella di una volta tu, traditore, ti eri già innamorato di lei. Dannato infedele traditore condannato a starmi accanto, sapevi sarebbe successo. 

Lei, che non la conoscevo ma ero sempre io. Lei, che ero io che non volevo diventare grande. Lei che non volevo essere io, ma che invece era il mio destino entrare nelle sue forme. Devi solo aspettarmi perché non sono pronta ad essere di una sostanza diversa. 

Mi preferivo prima dei trentanove: è la mia testa il problema. Mi odio ma so che mi arrenderò nuovamente a te. Ti odio. Facciamo pace. Ti amo, ancora. Forse.
Resta con me che diverrò lei.

+ LA PUBBLICAZIONE IN EDICOLA 

14.7.2012

«Dottore, cosa mi rifarebbe?» In concorso al Giffoni Film Festival il documentario inchiesta sul business della bellezza realizzato da Cristina Sivieri Tagliabue 

Carla, diciottenne pugliese, vuole diventare un’attrice del cinema ma non si vede bella abbastanza. Convince dunque i ricchi genitori a pagarle un intervento di plastica che la cambierà completamente e la farà sentire all’altezza della futura professione. Il suo chirurgo, che già la chiama Carlà come Carla Bruni, insieme a nani e starlette e ballerine, è parte del suo universo di riferimento. 

E’ la trama di Body Shopping, il documentario-inchiesta tratto dal libro Appena ho 18 anni mi rifaccio (2009, Bompiani) che parte dalla storia di Carla per esplorare, attraverso un viaggio in prima persona della giornalista Cristina Sivieri Tagliabue, l’Italia artificiale ed il backstage del business della bellezza. 

Il docufilm, diretto da Daniela Robecchi, è stato realizzato dal collettivo artistico Le Occasioni grazie ad un bando di Fondazione Cariplo dedicato alla “Creatività Giovanile”. Verrà presentato in anteprima al Giffoni Film Festival il 21 luglio, all’interno della sezione Masterclass. 

Seguiremo quindi Cristina che si mette nei panni delle giovani “cavie”, testa in prima persona i consigli di differenti chirurghi plastici, chiede loro cosa si dovrebbe rifare scoprendo che non c’è nulla, del proprio corpo, che esteticamente sia a posto. Ma quanto costerebbe rifarsi come le viene consigliato? Quanto guadagnano i medici? E perché non si può parlare di bellezza senza mettere in campo migliaia di euro? Anche se le multinazionali che operano nel settore non vogliono interviste, un mediatore finanziario illumina la strada: nella medicina del benessere i medici sono “dealer”, venditori. E i pazienti sono clienti. Per questo hanno rateizzato gli interventi: siamo come le auto, a cui cambiar pezzi? 

Body Shopping è prodotto dall’associazione Non Chiederci La Parola. L’obiettivo è mostrare il mondo attraverso occhi diversi, con autenticità, ironia e leggerezza. Fondata l’8 marzo del 2008 da un’idea di Cristina Sivieri Tagliabue, Non Chiederci La Parola (che deve il suo nome ad una poesia di Eugenio Montale) si avvale della collaborazione di artiste, giornaliste, autrici, disegnatrici, montatrici, registe e producer e manager.
Per le attività sociali svolte ha raccolto il patrocinio del Consiglio d’Europa, Triennale di Milano, Festival Internazionale di Giornalismo, Università degli Studi di Milano e di Bologna, Consorzio Aaster.

+ IL MIO RACCONTO IN PRIMA PERSONA, SU SETTE (CORRIERE DELLA SERA)
+ LA RASSEGNA STAMPA 
+ LA CREW DEL DOCUMENTARIO

21.5.2012


COLTIVA LA TUA IDEA”: INSIEME PER IL VERTICE RIO+20 è uno spot di 30 secondi realizzato da Oxfam Italia in collaborazione con CeSPI e Slow Food, e con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri.
Un invito a cambiare rotta, letto dalla voce di Ilaria d’Amico

“Il mondo sta scoppiando. Non c’è più tempo. Dobbiamo cambiare rotta!”. E’ l’appello con cui si apre il video realizzato da NOn Chiederci La Parola per Oxfam Italia in collaborazione con Slow Food e CEsPI. Lo spot “Coltiva la tua idea” è stato il finanziato dalla Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari esteri, ha una durata di 30 secondi e  illustra le sfide del prossimo vertice ONU sullo sviluppo sostenibile Rio+20, in programma dal 20 al 22 giugno. La voce narrante è quella del celebre volto televisivo Ilaria d’Amico. Lo spot è disponibile anche in versione audio. 

Il video ci porta nel caos di una grande metropoli: auto, passanti e un’attività frenetica. Una mamma con la sua bambina si ferma davanti a un televisore che trasmette le immagini di Rio+20. Nella città soffocata dal cemento, come per incanto, spunta una piantina. La mamma la annaffia e la pianta comincia a crescere. E così tante altre piante: a indicare che fuori c’è un mondo in fermento, che si attiva, che ha buone pratiche da suggerire, “soluzioni per un futuro migliore che dobbiamo aiutare a far crescere”. Ad animare il video, i disegni realizzati da Maddalena Fragnito de Giorgio con la tecnica Passo1, con figure in stile ”blexbolex”.

Venti anni dopo il primo Summit della Terra, questo vertice è una grande occasione globale in cui governi, imprese, società civile discuteranno di come attuare, oltre la crisi, un futuro di prosperità, sicurezza e benessere per tutti noi, in un mondo di risorse finite e di limiti naturali importanti. Una discussione globale a cui tutti noi possiamo e dobbiamo prendere parte: è il nostro mondo, e tutti noi dobbiamo coltivare i nuovi semi e le nuove idee che Rio+20 è chiamato a promuovere”, dichiara Elisa Bacciotti, responsabile di Oxfam Italia per Rio + 20. 

La vera pressione cui è sottoposto il nostro Pianeta  è l’eccessivo sfruttamento delle risorse da parte del 10% della popolazione ricca, cui vanno aggiunte le aspirazioni di una classe media in rapida crescita che cerca di imitare stili di vita insostenibili. Rio+20 promette di definire 10 nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile e di rilanciare l’economia verde. 

I delegati di Oxfam Italia e di Slow Food parteciperanno ai lavori preparatori della Conferenza di Rio e alla conferenza stessa, dal 13 al 22 giugno.

+ LA RASSEGNA STAMPA

31.1.2012

Certe volte incontri delle persone speciali, e se hai la fortuna di farlo insieme a Daniela Robecchi, autrice video e montatrice, allora riesci pure a riprenderle. Mi è capitato con musicisti, ma anche con professionisti del food, attiviste, sportivi. Quando ero sola, scattavo polaroid, come questa, per Lorenzo.

+ PAOLA TURCI – cantautrice
+ BUGO – cantautore 
+ ALICE DELCOURT – chef
+ KRISTEN DAVIS – attrice
+ CAMILLE LACOURT – campione di nuovo
LEILA SHAID – attivista nei diritti umani
EMMA BONINO E LE DONNE DI PARI O DISPARE 

11.9.2011

WOMEN  La vita non è la “solita storia”

Nel settembre 2011 ho dato vita a un nuovo mensile che ha giocato ribaltando i luoghi comuni,
per raccontare con una forte impronta iconografica storie, idee, conquiste e problematiche della donna contemporanea. Con orgoglio, senza pregiudizio.
 Ironizzando sugli stereotipi (e sulle imperfezioni), Women guarda a donne indipendenti, che lavorano, che fanno, muovono, rivoluzionano, e amano essere soggetto attivo e pensante

Ecco il comunicato stampa

Milano, 11 settembre 2011 

In edicola da oggi arriva WOMEN, magazine diretto da Cristina Sivieri Tagliabue.
Un luogo d’intelligente intrattenimento che guarda, racconta, coinvolge donne di profilo (come fotografate in cover), e che promuove, oltre che criteri meritocratici, una piattaforma di talenti, creativi e non.  Cosa racconterà? I nuovi modi di vivere l’identità femminile e di giocare con i temi della professione, dell’indipendenza, della vita vissuta come un’esperienza, della famiglia, e perché no, della differenza, Mostrando una prospettiva alternativa.  Per esempio, facendo decidere alle modelle che vestito indossare. O facendo fotografare le donne alle donne.

In alternativa ad un’Italia che, quando declinata in rosa, si popola di stereotipi e di esprit macho, WOMEN non è il manifesto di una generazione né un racconto di ciò che “non va” del nostro Paese. E’ invece una piattaforma creativa al femminile,  un luogo di exibit, discussione, confronto, narrazione di una donna che sui giornali non esiste, a cui tutte le donne possono partecipare. A dimostrazione di questa atmosfera di intelligenze pulsanti, indipendenti e tecnologiche, WOMEN si presenta come una piattaforma crossmediale, presente su Twitter, su iPad, online, oltre che su Facebook.  Il sito internet, in particolare, si pone come curator  internazionale dei migliori luoghi online dedicati alle donne, nel mondo. All’indirizzo WOMENMAGAZINE.eu, infatti, le lettrici, italiane e non, potranno trovare una selezione ragionata dei migliori interventi, inchieste, commenti, eventi e opportunità per donne che lavorano, e che stanno attente al “cambiamento” e all’informazione di genere, ai pensieri al femminile, anche a livello internazionale.

La copertina di Women promuove “prime donne” che hanno fatto qualcosa della propria vita, oltre che – giustamente – curarsi del proprio aspetto. La cover, dunque, sempre in black and white, sarà dominata da un’immagine di profilo, scattata ad hoc per la testata. 

Il primo portrait è stato pensato dall’artista Vanessa Beecroft, che, intervistata, ha regalato a WOMEN un servizio e un ritratto firmato Federico Fonte. Rendendo la rivista un unicum, un’opera d’arte di per sé. Il tema del numero, il perfezionismo, ha reso peraltro necessario un errore, che le lettrici potranno individuare da sé, giocando. E collezionandolo, come i prossimi numeri, che celebreranno simboli di un’eccellenza italiana riconosciuti a livello internazionale, 

Cristina Sivieri Tagliabue, Direttora della testata,  sintetizza cosi la motivazione che ha portato all’ideazione del nuovo magazine: “Sono nata e cresciuta con l’idea che uomini e donne fossero intellettualmente pari. Solo da adulta mi sono resa conto che nei quotidiani e nei femminili le persone che pensano – e quelle deputate al pensiero – spesso e volentieri sono uomini.  Con Women ho pensato di far pensare “il primo sesso” – lo siamo, almeno in termini numerici -. Oltre alla scrittura e al racconto (la classica cucina che ci vede sempre cuoche e quasi mai chef) ho dato spazio alla riflessione personale e collettiva, quella che passa anche per immagini. Ne è uscita una narrazione particolare, unica, colorata, quasi artistica. Ognuna, con la propria presenza, oltre che occuparsi delle “cose di genere”, ha dimostrato di voler partecipare al dibattito che si è aperto nel Paese. Perché WOMEN parla alle donne che vogliono esserci. Nelle posizioni apicali, per decidere. Nei ruoli centrali, per applicare quella meritocrazia di cui tanto si parla ma che spesso passa per altre vie. Nei posti dove accadono le cose per difendere in modo coraggioso i propri diritti, e quelli altrui”.

IL “CARATTERE” DI WOMEN

WOMEN (10 uscite annue) è un magazine perché per osservare e raccontare la qualità e la varietà della vita contemporanea – che si tratti di un nuovo linguaggio ecologico o di dettagli distintivi – ci vuole tempo. Oggi tutto cambia velocemente ed il cambiamento può rivoluzionare una vita, modificare un contesto, aprire o chiudere delle prospettive. WOMEN farà respirare il flavour delle donne alla ricerca dell’equilibrio impossibile tra casa e lavoro, quello delle donne sull’orlo di una crisi di nervi e anche di coloro che hanno trovato la pace dei sensi (beate!).  Le storie e gli approfondimenti  tracciano figure di donne contemporanee, che hanno intelligenza da vendere, mezzi per divertirsi e ridere di sé. Ordinario e straordinario si combineranno per dar vita ad una galleria umana e quotidiana che avrà su internet il luogo di ritrovo per aggiornarsi e scambiarsi informazioni.

WOMEN si rivolgerà ad una donna di livello culturale (e socio economico) medio-alto. Un target fatto di personalità spiccate, intelligenti, curiose ed ironiche, capaci di autonomia nelle scelte. Donne che amano vivere “densamente” e che viaggiano per passione e per lavoro, cercando in ogni attimo il senso di un’esperienza. Anche nello shopping.

WOMEN ribalta i cliché anche dal punto di vista degli editoriali e degli opinionisti. La maggioranza dei corsivi è stata affidata firme e pensatrici  italiane e straniere come Caterina Soffici, Paola Turci, Nicoletta Carbone, Theodora Delavault, Cristina Finocchi  Mahne, Carlotta Mismetti Capua, Melissa P , Francesca Lancini, Alessandra Faiella, Marta Serafini, Januaria Piromallo, Paola Marella, Domiziana Giordano, Juliet Linley, Maria Teresa Melodia, Fabrizia Vaccarella, una giovanissima Silvia Benini e altre ancora. Non mancheranno ovviamente le firme maschili come Sebastiano Mondadori, Enrico Ghezzi, Romolo Bali,  Goffredo Fofi, Fabrizio Rinversi, Matteo Pavesi e Giuseppe Di Piazza, direttore di Sette e creativo in esclusiva per Women.

Punti di forza della rivista – oltre alle firme – sono e le immagini: grande spazio alla fotografia e alle illustrazioni (Maddalena Fragnito, Francesca Cogni, Luca Beolchi ….) in stile New Yorker che dalla cover ai servizi di moda ed ai reportage saranno protagonisti della narrazione di questo nuovo “femminile plurale”. I fotografi che hanno colto la sfida sono Chiara Romagnoli, Peppe Tortora, Manuele Geromini e Laura Villa Baroncelli, Letizia Ragno, Carlotta Manaigo, Alice Rosati, Claudio Porcarelli, Agnesa Dorkin, Stefania Paparelli, Roberto Covi, Angela Improta, Joao Paulo Ribeiro, Marco Improta e Armando Rotoletti.  Inoltre, grazie ad un accordo con lo IED Milano hanno trovato spazio giovani talenti della fotografia. 

WOMEN si caratterizza per una veste elegante con un ampio formato (23cm x 34cm), cover patinata e carta patinata opaca. Sarà diffuso in 60.000 copie in edicole, librerie sale vip ALITALIA ed hotel 5 stelle superiori. 

Ma WOMEN non finisce su è inoltre un sito web aggiornato quotidianamente, disponibile su IPAD ed avrà un’applicazione dedicata per Iphone. L’indice della rivista racchiude le rubriche ma anche dei moniti, dei punti di attenzione: Love, Think, che ospita il servizio di copertina,  Change, Look, Eat, Play, Find e Save. Cinquant’anni dopo, l’opera  Le deuxieme sexe  di S. De Beauvoir non ha finito di far parlare di sé. Anche le donne raccontate da Women sono destinate a segnare per merito il passo e  il cambiamento di questi anni, le conquiste ed i nuovi obiettivi partendo da sé. 

Lo Staff

Direttrice è Cristina Sivieri Tagliabue, giornalista e scrittrice. Scrive per il Sole 24 Ore, Il Fatto Quotidiano e dal 2008 guida la casa di produzione video e new media NCLP da lei fondata. Autrice Bompiani, ha pubblicato Alfabeto Bonino e Appena ho 18 anni mi rifaccio di cui verrà presentato il film prossimamente. Per Mondadori ha partecipato al saggio a più mani Non è un paese per donne, con la prefazione di Miriam Mafai. Membro del board di Triennale Vision Lab e coordinatrice del Premio Ischia Social Media, (ha vinto il  Premio Ischia Giovani under 35 prima di assumere il ruolo di collaboratrice del Premio) è attiva nel mondo dell’associazionismo al femminile. Prima del 2005 è stata direttore editoriale dei servizi new media di Telecom Italia Mobile, direttore editoriale di Altavista Italia e caposervizio Milano Finanza.

Direttore Artistico è Ramon Pezzarini, designer e artista visivo. Ha firmato progetti editoriali su diverse piattaforme di comunicazione con una particolare attenzione ai new media. Ha la direzione artistica di Medici con l’Africa Cuamm. E’ stato art director di COLORS ed ha sviluppato tra il 2002 ed il 2009 diversi progetti con Fabrica. Tra il 2002 ed il 2005 ha collaborato con lo studio La Granja di Barcellona partecipando all’allestimento del Museo Gaudì.

Fashion director del magazine è Micole Basile Lugli, stylist al D di repubblica per cinque anni, collabora attualmente con  VISION, WU MAGAZINE, SURFACE. La sua esperienza nel settore moda e la sua passione per il cinema e l’arte l’hanno portata di recente a collaborare come  consulente per i costumi nelle pieces teatrali dirette da registi come Cherif e Abel Ferrara.
Complice la sua dedizione  per la fotografia ha avuto il piacere di lavorare  accanto a grandi fotografi come Duane Michaels, Christopher Kutner, Diego Uchitel, Michael Woolley, Guy Aroch. grazie ai quali è riuscita a mescolare moda arte e fotografia. 

+ LA RIVISTA 
+ VIDEO PROMO
+ LA RASSEGNA STAMPA
+ IL BACKSTAGE con Vanessa Beecroft del servizio di copertina (fotografo: Efrem Raimondi)

9.5.2011

Giuliano Pisapia ci ha chiesto di organizzare una serata a teatro, dedicata alle donne. E così è stato. Non Chiederci La Parola ha organizzato una delle serate conclusive della campagna elettorale di colui che sarebbe diventato uno dei sindaci più amati d’Italia. Ecco come l’abbiamo concepita e come si è svolta.

PISAPIA&THECITY è
– il momento della campagna elettorale di Pisapia dedicato alle DONNE
–  un evento live di musica dal vivo e di creatività al FEMMINILE
– un aperitivo corto in cui le donne della città e le candidate parlano liberamente dei loro desideri circa MILANO
– un momento di incontro tra la città di Milano e il candidato sindaco PISAPIA
– un pianoforte a coda ed un divano

COME SI SVOLGE:
– Si svolge come un film di 90 minuti (emh….le partite di calcio per noi non sono un indicatore…)
– Coinvolge tante testimonial del mondo reale, delle professioni, della cultura, della musica
– Inizia con una canzone, prosegue con delle storie personali legate a dei desideri per la città, chiude con un racconto della Milano delle donne secondo Pisapia, e con una gag comica 
– Per le mamme, prevede una sala dedicata ai loro bimbi, che saranno intrattenuti dai clown…

LA SERATA È
curata da Non Chiederci La Parola
condotta da Rita Pelusio
cantata da Paola Turci (in attesa di conferma per Nina Zilli)
recitata da Federica Fracassi
popolata da tantissime special guest (ancora in attesa di conferma): Pulsatilla, La Pina, Milva, Platinette, Victoria Cabello…..

PISAPIA&THECITY (la Milano delle donne) si tiene il 9 maggio, dalle 18.00 alle 19.30 presso teatro LITTA, Corso Magenta

Testimonial

1 – Claudia de Lillo Elasti – mamma blogger – desiderio: ribaltar la visione del mondo e di Milano – mettere al centro altre cose
2 – Bintu Outtarà – attrice – reciterà anche una POESIA su MILANO e donne 
3 – Eugenia Neri – maestra 
4 – Paola Marella – mamma, conduttrice tv e venditrice di case (Cerco Casa Disperatamente) 
5 – AnnaMaria Aloe – manager tv editoriale
6 – Silvia Bartellini – operatrice sociale
7 – Sandra Ceccarelli – poesia su Milano
8 – Eva Schwarzwald – nonna per la cultura 

Performers

Rita Pelusio – presenta la serata
Paola Turci – canzone apertura
Manu Puma – canzone in the middle 
Bintu Outtarà – attrice, reciterà una poesia su Milano
Sandra Ceccarelli attrice cinema
Al piano: Luca Ciammarughi
Per i bimbi: Spazio Gioco con il mago Leo

+ UN ARTICOLO SULLA SERATA

19.1.2011

L’associazione culturale Non Chiederci La Parola, in occasione dell’evento “Questione femminile, Questione Italia” che si tenne il 19 gennaio 2011 presso Sala Zuccari, Senato della Repubblica, organizzato dall’associazione Pari O Dispare – tra gli ospiti, Emma Marcegaglia, Anna Maria Tarantola, Susanna Camusso, Emma Bonino, Anna Finocchiaro, Rosy Bindi, Maria Ida Germontani, Linda Lanzillotta – ha presentato il format La Réclame

«Fare pubblicità è un’arte. Ormai, quasi, cultura. Perché art director e agenzie creative sono gli ideatori di immaginari che si riflettono in tutto il nostro quotidiano. E quando oggetto delle pubblicità sono le donne, diventa particolarmente importante sapere chi ha originato un manifesto, uno spot, un claim. Generare immagini che permeano il nostro quotidiano è una professione, ma anche una responsabilità», dichiara Cristina Tagliabue, Presidente di Non Chiederci La Parola

La Réclame è un progetto video in formato web series, che parte dalle pubblicità (manifesti o spot) che colpiscono l’immaginario collettivo attraverso l’uso inappropriato del corpo femminile. L’intento è illustrare in modo ironico e disincantato, con un commento di voce fuoricampo, i meccanismi che sottendono all’utilizzo inadatto, fuori luogo, a volte grottesco della figura della donna. 

L’edizione settimanale viene pubblicata online sul sito http://www.nclp.it e sul sito de L’Unità diretta da Concita De Gregorio

Firma La Réclame il collettivo artistico Le Occasioni, supportato dal bando “Creatività Giovanile” di Fondazione Cariplo.  La branca più giovane della casa di produzione video Non Chiederci La Parola si è ispirata al lavoro iconografico svolto dal fotografo Ico Gasparri, con un progetto grafico a cura dell’artista Maddalena Fragnito De Giorgio. 

La Rèclame è un progetto partecipato di arte pubblica e creative commons: molte delle pubblicità recensite dal collettivo vengono, infatti, segnalate da utenti internet, da associazioni e dal passaparola. 

+ GUARDA LA WEB SERIES “LA RÉCLAME” 
+ LA RASSEGNA STAMPA 

6.12.2010

Chi sono le donne italiane di oggi? Ad ascoltare la TV e a leggere i giornali, domina l’immagine della “donna-corpo”: escort, modelle prestate alla politica, donne belle a ogni costo che usano la propria avvenenza come merce di scambio. Ma a guardarsi attorno, nella realtà quotidiana, queste donne sono la minoranza. Esiste, e va per la maggiore, un altro modello di donna, la “donna normale”. Come le protagoniste dei racconti compresi in questa antologia, scritti da autrici diversissime per età, formazione, provenienza geografica, ma unite da un unico obiettivo: offrire un’istantanea dai toni molteplici comici, drammatici, ironici, teneri… – della condizione femminile nell’ Italia del Duemila. Storie straordinariamente autentiche nelle quali ogni donna non potrà non riconoscersi. 

Cristina Zagaria mi ha coinvolto in questo libro per Mondadori, in cui ho raccontato la storia di Tiziana Resta, una ragazza oversize, con una storia d’amore sbagliata innanzitutto.

Le altre 12 autrici: Francesca Barra, Viola Di Grado, Alessandra Faiella, Raffaella Ferrè, Barbara Garlaschelli, Manuela Iatì, Emilia Marasco, Margherita Oggero, Carmen Pellegrino, Patrizia Rinaldi, Elvira Seminara, Buci Sopelsa.

+ IL MIO RACCONTO: A BIG BEAUTIFUL WOMAN 

10.3.2010


l primo libro a firma di Emma Bonino, in cui ho avuto l’onore di raccogliere e restituire la sua storia per come ho saputo fare io, attraverso keywords, da leggere in ordine o in disordine, seguendo a piacere i temi e le parole. Un libro che percorre i 60 anni di storia di una “fuoriclasse” della politica e della cultura italiana: le lotte per i diritti civili, l’impegno in Parlamento a Roma e Bruxelles, le missioni all’estero, le campagne elettorali passate e presenti. Emma Bonino si racconta “dalla A alla Z” attraverso battaglie e vittorie, politiche e umane, sempre in prima linea.

+ LA RASSEGNA STAMPA
+ LA PRESENTAZIONE CON EMMA BONINO E CONCITA DE GREGORIO

14.1.2010

Ho avuto l’onore di partecipare alla creazione di un’associazione al femminile presieduta da Emma Bonino, che ne ha scelto il nome. L’associazione Non Chiederci La Parola ha lavorato alla creazione di tutto il resto, dal punto di vista della comunicazione. Ecco per sommi capi, cos’è Pari O Dispare.

Pari o Dispare
un Comitato di donne, ma anche di uomini, individui e associazioni, diversi per età, per impostazione culturale, per appartenenza politica, per settore occupazionale, per posizione nella professione, che considerano la diversità come una ricchezza. Un Comitato aperto a nuovi ingressi di persone o di gruppi, perché finalmente l’unione e le tante differenze all’interno di una larga rete facciano la forza.

Cosa vogliamo: 
l’effettivo raggiungimento della parità fra uomini e donne italiani attraverso il lavoro, semplicemente facendo leva sulla  meritocrazia. Nell’occupazione bisogna far emergere, riconoscere e valorizzare il merito, che è presumibilmente identicamente distribuito fra maschi e femmine, per ragioni sia di efficienza, sia di equità del nostro sistema-Paese.

Con quali  strumenti intendiamo raggiungere l’obiettivo strategico:
Pari o Dispare, ponendosi l’obiettivo strategico della parità di genere nel lavoro attraverso la meritocrazia, intende fare ciò che la Direttiva europea 54 – riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione – chiederebbe ad una Agenzia pubblica indipendente e dotata di terzietà rispetto all’ Esecutivo. In assenza di una siffatta Agenzia e senza prospettive a breve termine in questa direzione nel nostro Paese, Pari o Dispare vuole ottenere tale parità, monitorando i comportamenti degli operatori e delle organizzazioni del mercato del lavoro (imprese, parti sociali, associazioni di professionisti, Pubblica Amministrazione Locale o Centrale,  Enti pubblici o privati ), nell’ipotesi che essi debbano essere lasciati pienamente liberi di decidere in ambito di assunzioni, formazione, promozioni, retribuzioni, ma, al verificarsi di loro azioni sistematicamente discriminatorie verso le lavoratrici, vadano richiamati all’applicazione del principio “comply or explain” (rispetti la Direttiva 54 o spieghi perché non ti adegui ). Pari o Dispare si prende, in questa prospettiva, la responsabilità di operare con il solo strumento a sua disposizione, la persuasione morale, combinata al rigore analitico : vuole premiare chi adotta buone pratiche e sanzionare chi preferisce quelle cattive nel mercato del lavoro, consegnando ufficialmente ogni anno, ai primi, un euro di cioccolato e spedendo con altrettanta trasparenza e frequenza, ai secondi, una zolla di  carbone zuccherato. 
Una particolare conseguenza della mancanza di parità di genere nel lavoro italiano, che è allo stesso tempo causa di ulteriori discriminazioni,  si evidenzia nel modo in cui i media trattano dell’universo femminile e lo rappresentano. Si osserva una pervasività martellante di alcuni stereotipi sulle donne: alcuni talmente palesi da risultare perfino comici, altri sempre più sofisticati e insidiosi, entrambi purtroppo di notevole efficacia. Va stigmatizzata la sottostante cultura retriva , riaffermata con le tecnologie più moderne e invasive, per gli effetti negativi sulla parità nella famiglia, nella società e nel mercato. Il Comitato intende monitorare e sanzionare moralmente anche queste cattive pratiche. 

Perché Pari o Dispare:
Pari o Dispare è la nostra scommessa. Ricorda il nome di un gioco che abbiamo conosciuto da bambine e bambini. Quando eravamo forse ancora uguali. Ora le dispare sono le donne italiane. E’ dunque tempo di ricominciare a giocare, in un 2010, anno pari, che segni davvero un cambio di passo contro le discriminazioni di genere perpetuate in Italia e ci riavvicini anche da questo punto di vista all’Unione Europea a 27. Non vogliamo vincitori o perdenti : vogliamo pareggiare per poter vincere tutte e tutti. Rendiamo, questo, un gioco a somma positiva per lo sviluppo   del nostro Paese.

+ LA RICERCA DEL CLAIM
+ IL SOGGETTO DEL VIDEO PROMO 

4.12.2009

…L’uomo ha un mulo. Mentre la donna non ce l’ha. Questo incontro fa il paio con il momento in cui ho conosciuto Gae Aulenti. Anche con lei, abbiamo parlato molto. Sono momenti indimenticabili della biografia di una ragazza di campagna.

+ L’INCONTRO CON GAE AULENTI

19.11.2009

E’ la prima mostra che ho curato in Triennale.
La città fragile a cura di Aldo Bonomi è una riflessione sugli effetti della modernità sulle forme di convivenza, della sua tendenza all’erosione delle forme di relazione tradizionali e del bisogno di comunità. Personalmente, ho curato la selezione della parte video dell’esposizione e ho partecipato personalmente attraverso lo scatto di una novantenne in grembiule, appassionata di Tic Tac.

Nel corso degli ultimi anni la Triennale ha aperto i propri spazi alla rappresentazione del moderno nella sua dimensione sociale, in particolare alle conseguenze del processo di globalizzazione sulla vita quotidiana delle persone che vivono e lavorano in Lombardia, il territorio italiano più aperto ai flussi globali. 

Focus della mostra saranno fragilità e paure che investono le persone travolte da una modernizzazione che rompe i riferimenti comunitari e famigliari che assicuravano la trasmissione dei valori tra le generazioni. Lo spazio metropolitano è diviso quindi in zone che faticano a comunicare e a elaborare visioni del futuro condivise. Ecco allora emergere la città fragile

La mostra attraverso documenti fotografici, video, illustrazioni, mappe, dati statistici emblematici, vuole rappresentare alcune fragilità della città contemporanea mettendo in scena il rapporto tra comunità del rancore, quella del rinserramento e della ricerca del capro espiatorio, comunità di cura, quella che cerca di farsi carico delle fragilità sociali, comunità operosa, quella che agisce in modo privilegiato nell’ambito produttivo e delle professioni

Il percorso della mostra si snoda quindi su tre percorsi paralleli collegati da linee d’ombra che sottolineano l’intreccio concettuale tra fragilità, rancore e cura, mentre l’operosità sarà rappresentata dal visitatore. Sono gli operosi a mettere in mostra disagio e solitudine con il loro operato e nell’operoso si identifica anche il visitatore stesso. 

La spina dorsale della mostra sarà costituita da 5 schegge del rancore tematizzate su: società securitaria, biscotto nero-il caso Abba, femminicidio, malaombra-i suicidi nel mondo, la secessione dei benestanti

Intorno alle schegge si snodano i due percorsi orientati, da un lato, a rappresentare le fragilità metropolitane contemporanee: quelle che toccano l’universo giovanile, degli anziani, degli stranieri, delle donne, dei “matti”, etc.; mentre sull’altro lato verranno rappresentate esperienze emblematiche di pratiche di cura distinte in: professioni della cura, scuola, cura femminile, esercito dei buoni, impresa sociale e impegno istituzionale. Alla fine del percorso, la comunità della cura e la comunità degli operosi si fondono, accorpando anche la comunità del rancore nello spazio dell’illuminazione, un agorà nella quale verranno organizzati momenti di riflessione sui temi trattati nella mostra.

+ INSTALLAZIONE VIDEO Tic Tac di Cristina Sivieri Tagliabue
+ INSTALLAZIONE VIDEO di Maddalena Fragnito de Giorgio
+ IL MIO SAGGIO CURATORIALE 

20.5.2009

Il mio primo libro.

Hanno tra i 16 e i 18 anni, sono benestanti e, per lo più, bei ragazzi e belle ragazze. Per il loro compleanno, per la maggiore età, per l’esame di maturità chiedono un solo dono, l’esaudimento di un desiderio che si portano dietro da anni, oppure da giorni. Chiedono un piccolo o grande ritocco estetico: i piedi per sembrare come la Barale, che li ha perfetti; le labbra, tipo Scarlett Johanson; la maggior parte il seno, come quello di Jessica Alba o dell’amica con cui fanno palestra o con cui vanno in discoteca. Hanno smesso di credere al corpo come a un dato di natura. Sono smaliziati, irruenti, incoscienti: ‘la cosa più importante è piacere e non rimanere indietro.’ Così iniziano a modificarlo, il corpo, appena ne hanno coscienza. Soffrono le pene dell’inferno, alzano la soglia di sopportazione del dolore fisico, rinunciano al motorino pur di avere un corpo il più simile possibile a quello dei loro sogni. E se pure colui o colei che amano e da cui sono amate tentano di convincerle-li che stanno bene esattamente come madre natura le ha fatte-li ha fatti, loro non ci credono, devono apparire come l’immagine che hanno in testa.

Diventato uno spettacolo teatrale, grazie a una performance ideata e diretta da Elisa Lepore

Body work n°1 è una performance nata dalla mia curiosità rispetto alla tematica della trasformazione e dell’uso e abuso del corpo nella civiltà occidentale.

Il libro di Cristina mi ha fatto venir voglia di dare corpo “fisico” a quelle parole, a quelle storie che raccontano un mondo in cui è diventato difficile essere, soprattutto per i giovanissimi, mentre l’apparire (del corpo vestito, spogliato, esibito, modificato, tatuato) è la chiave per l’accettazione sociale, alla stregua di moderne cerimonie di passaggio che sanciscono il passaggio al mondo adulto.
Cerimonie svuotate di senso antropologico (mi viene in mente il rito della circoncisione, oppure le prove di coraggio e forza dei giovani indiani); cerimonie dolorose, consumate nell’approvazione di quegli adulti che hanno abdicato al ruolo di guida per vivere un’eterna giovinezza, eterna ma al tempo stesso “consumata” proprio perché ridotta a merce di consumo.

+ LA RASSEGNA STAMPA
+ ARTICOLO DEL NEW YORK TIMES 

11.11.2008

Una cucina piccola piccola, con una cucina a gas di quelle vecchie vecchie di fronte a un tavolo minuto e un paio di sedie di formica, una macchinetta del caffé. Così ricordo la cucina di Goffredo Fofi, nel quartiere Monti di Roma. Muri spogli e un atteggiamento critico nei miei confronti, innanzitutto, che ho – seppur invitata – fatto il mio ingresso chiassoso all’interno della sua abitazione privata. Incontrare Goffredo Fofi e raccontargli la mia storia mi ha permesso di guardare non solo al mondo, ma alla mia storia, in modo differente. Ne è nata una collaborazione importante che si è sviluppata ne Lo Straniero, la pubblicazione da lui curata, che così tanto ha influito sulla cultura italiana.

Sono stata orgogliosa di avervi partecipato, e sono porto questi scritti nel cuore: oltre che per il Sole 24 Ore, per cui scrivevo tutte le settimane, queste sono stati tra i momenti più belli della mia scrittura. Nel 2008 ho anche scritto il ricordo di un poeta amico di famiglia, Mario Luzi, e un racconto su un amico che si è tolto la vita in circostanze quantomeno misteriose, Adamo Bove.

+ LO STRANIERO, IL RACCONTO DELLE PUBBLICHE RELAZIONI
+ LO STRANIERO, IL RACCONTO DELLA PUBBLICITÀ
+ INTRODUZIONE AL RAPPORTO SULLA CREATIVITÀ ITALIANA PER FEDERCULTURA
+ UN RICORDO DI MARIO LUZI PER L’ATTIMO FUGGENTE
+ PARAFRASANDO LA MORTE DI ADAMO BOVE: LA CADUTA DI MARGHERITA 

2.9.2008

“Perché i mestieri più belli fanno guadagnar poco? E perché gli idraulici se la ridono, a guardarci? Loro in un giorno possono guadagnare quello che molti “giovani” (20-30-40enni creativi) possono metter insieme in un anno intero. In più, se una volta il mestiere del “pensare” era quanto meno rispettato, oggi la televisione ha inquinato anche quel poco di autorevolezza che avevano le persone dedite al leggere, scrivere, filmare, dipingere, recitare, interagire con le persone, e creare beni intangibili, ma fondamentali, per il benessere culturale di un Paese. Perché gli idraulici con i loro Suv e la cultura televisiva (reddito medio dichiarato annuo 10.000 Euro, ma anche i gioiellieri, con un reddito medio dichiarato annuo di 13.000 Euro – fonte Il Sole 24 Ore – e tutti coloro che hanno a che fare con il consumo diretto delle persone, e non con le aziende che devon per forza fatturare) stanno ammazzando chi si impegna davvero? Perché chi guadagna poco vale di più di tanti milionari? La rivoluzione di oggi, del sottopagati ma felici, è resistere, e voler esistere. E insistere nel voler esistere nonostante siano molto più facili percorsi “idraulici”, gioiellistici o televisivi. Abbiamo realizzato interviste a una decina di professionisti a partita via che lavorano in modo indipendente, in diversi ambiti della produzione di cultura. E poi abbiamo una poesia di Aldo Nove scritta e recitata apposta per noi, che chiuderà i 25 minuti….Insomma, sto cercando di fare l’opposto di quello che ha fatto Celestini con la lotta di classe. Vorrei che fosse leggero, semplice, e che però renda l’idea che a questo mondo non sono tutti precari. C’è tanta gente che ha preso in mano la propria vita e che, anche guadagnando poco, è felice di poter dare un piccolo contributo. Forse è un “buon esempio”. 

Esistere! Esistere! Esistere! (ma perché non ho fatto l’idraulico?)
Autore: Cristina Sivieri Tagliabue
Riprese e montaggio: Laura Porrini e Paolo Cassina
Musiche: Max Pezzali e Bugo (per gentile concessione) 
Casa di produzione: Non chiederci la parola (www.nclp.it)

+ LA RASSEGNA STAMPA 

8.3.2008

L’Associazione Culturale Non Chiederci La Parola nasce informalmente l’8 marzo 2008, il centenario della festa della Donna, con l’idea di unire sotto un unico cappello giovani creative milanesi, e dar loro l’opportunità di raccontare il mondo al femminile attraverso il linguaggio dell’audiovideo, sempre più diffuso grazie a tv ma anche internet. 

La “madrina” del progetto è Naomi Wolf, autrice del libro “Il mito della bellezza”, in cui, dopo un’analisi dolorosa ma realistica della rappresentazione delle donne nei media, spiega: stanno avvelenando la nostra libertà con modelli di bellezza animati da un odio contro se stessi, da ossessioni fisiche, dal terrore della vecchiaia e della perdita del controllo“. 

L’autrice americana auspica la nascita di luoghi in cui siano le donne stesse, a raccontarsi, senza dover passare dal filtro maschile, che inevitabilmente “cambia” le regole del gioco. 

Siamo nel 2008, e internet, che sembrava una tecnologia soltanto testuale, sta trasformandosi in un contenitore video più ampio della televisione stessa. 

Non è stato soltanto l’arrivo di YouTube a decretare il successo del linguaggio video. Se la piattaforma internet ha permesso a tutti di pubblicare i propri piccoli “lavori amatoriali” e le registrazioni catodiche, il diffondersi delle telecamere low cost, dei telefonini che si collegano al computer e che fanno foto, e video, a livello ormai quasi semiprofessionale hanno fatto sentire tutti “videomaker della propria vita”. 

Dunque ad internet, piattaforma di libera divulgazione di contenuti, si è sommato il linguaggio iconografico della pellicola. Nella sua fissità, con le fotografie, che oggi costituiscono il 30% dei contenuti visitati all’interno dei siti di intrattenimento e di informazione, anche, e nel suo “falso movimento”, ovvero il linguaggio video. 

I videoartisti tradizionali, che avevano sempre lavorato con telecamera ed “attrezzature pesanti”, hanno scoperto gli strumenti “low budget” da poco tempo. I classici autori di internet, che notoriamente hanno sempre utilizzato strumenti “poveri”, inizialmente non sono stati riconosciuti come “artisti” e “autori” all’altezza del paragone con il mondo dell’arte toutcourt. 

Ma le cose, lentamente, stanno cambiando. Già nel 2000, a dire il vero, a San Francisco, la Fondazione Yerba Buena nasceva con l’obiettivo di far parlare, tra loro, autori del mondo tradizionalmente videoartistico e cinematografico con il mondo di internet. Nel corso di anni, hanno sviluppato diversi progetti, finanziati anche da grandi multinazionali. Alcune delle quali tecnologiche, ed altre, invece, appartenenti al mondo dell’entertainment e delle arti. La Microsoft, per esempio, e la Walt Disney. 

In piccolo, ma allo stesso modo, alcune autrici di “Non chiederci la parola” conoscono bene il mondo di internet, e come comunicare concetti, idee, pensieri, storie, situazioni, attraverso la rete. Altre, le primissime fondatrici, appartenevano al mondo della narrazione scritta, del libro “autoriale” per intenderci, senza nulla sapere del mondo video, e neppure di quello “virtuale”. Le giovani socie che si sono unite successivamente hanno invece portato una nuova ventata di competenze artistiche. Maddalena Fragnito de Giorgio è un’artista concettuale, che espone in tutto il mondo e la cui arte parte dal segno minimale fino ad arrivare a lavori di videoarte, e di fumettistica su carta. Francesca D’Antona è un’autrice televisiva, che ha lavorato sia per i grandi network sia per le prime televisioni via internet, finanziate da Telecom e dalla banda larga. Elisa Natale lavora in ambiti editoriali internet, e quindi programma e conosce la costruzione delle pagine in html nonché il giusto alfabeto per raccontare al pubblico online delle storie al femminile. Laura Porrini, dopo aver lavorato nel mondo dei contenuti internet, ha mixato le sue competenze editoriali con l’arte del montaggio video, dedicandosi al mondo del documentario e del cinema, Filippo Lorenzi, molto giovane, da due anni studia e lavora con la telecamera in spalla, e dunque è fondamentalmente un videomaker del mondo della videoarte, che per arrotondare presta aiuto alla produzione cinematografica milanese. Cristina Sivieri Tagliabue ha competenze internet e di creatività, scrivendone, ma anche avendo “fatto” in modo molto pratico parte dell’internet italiana. Da Altavista Italia ai portali della Telecom, per poi occuparsi di cultura, e scrittura. 

E’ nato dunque in gruppo non omogeneo, in cui tante competenze, insieme, hanno creato una commistione di linguaggi (oggi va di moda la parola “contaminazione creativa”) e iniziative “sui generis”. Tutte con l’obiettivo chiaro dell’associazione, e cioè: far crescere la consapevolezza della necessità di una narrazione del mondo al femminile. Un mondo in cui le donne parlino di donne, non intermediate né da logiche editoriali o di sponsor, né da necessità di rientro del budget. La necessità di raccontare le donne, e i problemi e le gioie delle donne del nostro secolo, attraverso sguardi femminili implica infatti che non possano intervenire logiche di selezione “maschile” di alcun genere. E questa necessità è stata pensata non perché le necessità “al maschile” non siano nella maggior parte dei casi corrette, ma per creare un centro di competenza completamente slegato da stereotipi. 

La difficoltà dell’esperimento, certo, non è stata minima. Si crede di esser liberi da stereotipi e invece, se non ci si slega profondamente dalle insidie “mediatiche” della nostra società, il rischio è quello di far parlare le donne raccontate da “non chiederci la parola” esattamente come “tutte le altre donne” raccontate da uomini. 

Onde evitare “insidie” e facili “tranelli” ci siamo date un codice etico, e una metodologia professionale chiara, nell’approccio ai progetti artistici e creativi. 

La prima regola è stata coinvolgere, valutare e dibattere con sempre maggiori di un punti di vista, dando voce soprattutto alle giovani generazione. Nell’approcciare un nuovo progetto, cioè, chi con la scrittura, chi con il video, chi non la voce o il disegno, avrebbe dovuto fare un esercizio “singolare” per poi confrontarsi con il resto del gruppo, che avrebbe poi dovuto definire quale “racconto” era il più adatto, quale modello di donna anche, o quale storia, singola o collettiva, fosse più adatta ai fini dell’associazione. 

E’i un grande progetto artistico perché sono state coinvolte un mix di competenze e un lavoro di gruppo che ha portato a riprendere, e a disegnare, a condividere script e dati, a studiare “claim”, a condividere idee ma anche “vesti da indossare e far indossare” a chi sarebbe stata ripresa. Per un mese intero abbiamo coinvolto donne e uomini, e, insieme ad una serie di video, abbiamo anche creato un laboratorio di discussione intorno a “come fosse corretto rappresentare le donne”, e quali fossero gli stereotipi più “utilizzati e abusati” sui media. 

Ci ha aiutato, in questo, il Censis, che aveva già definito una serie di “luoghi comuni” al femminile: in tv e nelle pubblicità le donne rispondono tipicamente al termine di “casalinga”, “nuda in ogni caso”, “velina”, “disgraziata-caso umano” e “astrologa-cartomante”. Sembra uno scherzo, eppure non lo è. Lo conferma il lavoro di un nostro “patrocinatore”, Ico Gasparri, Presidente dell’Associazione Protocollo Sessista, che dal 1992 ad oggi fotografa le immagini delle donne sui manifesti pubblicitari. Lo conferma il lavoro di Lorella Zanardo con il cortometraggio Il Corpo delle Donne, che è nel nostro comitato scientifico di indirizzo.

Linguaggi della scrittura, del copyright, della fotografia, del video ma anche di internet, creano, insieme, una multimedialità artistica in grado di trovare, all’occorrenza, il linguaggio giusto di espressione. A seconda del contenuto e dal socio proponente, l’associazione sceglie un contenitore. 

Nell’arco degli anni l’associazione ha operato nel quartiere di Porta Romana e Porta Ticinese ma, attraverso i suoi video e progetti, ha sviluppato, su internet e talvolta in tv, un dialogo su tutto il territorio italiano con donne, uomini, su tematiche relative alla differenza e al non profit. L’attività di narrazione e di storytelling ha fatto sì che, negli anni, diverse onlus, fondazioni ed associazioni, abbiamo aperto un dialogo con Non Chiederci La Parola per comunicare tematiche relative al sociale, all’ecologia e la sostenibilità, dell’infanzia e operare un cambiamento attraverso la partecipazione della cittadinanza attiva.

Tra le attività più rilevanti, le collaborazioni con La Triennale di Milano, per la realizzazione di esposizioni dedicate alle “differenze della città” (La Città Fragile, 2009), reading e format di promozione delle mostre realizzate (Italian Makers, in collaborazione con Repubblica.it e Sky Arte HD, 2014). Sulla sensibilizzazione del mondo della sostenibilità ha realizzzato con Oxfam Italia e Mondadori la serie tv “Coltivati” (2012), e con Save The Children, Ministero della Pubblica Istruzione e Mtv Networks la serie tv “Se Mi Posti Ti Cancello” (2013), con l’obiettivo di combattere il bullismo online. 

Nel 2013 Non Chiederci La Parola ha inaugurato un progetto di Citizen Journalism dedicato al territorio e all’innovazione sociale: The Social Place (www.thesocial.place), con il contributo di Fondazione Cariplo e la partnership del quotidiano Il Sole 24 Ore. 

Il progetto prevede la narrazione delle persone e delle organizzazioni che hanno seminato un reale cambiamento all’interno del Paese per generare un reale impatto sociale nei loro territori. Il progetto prevede il coinvolgimento di giovani “reporter” o “videomaker” che, attraverso la narrazione del contesto culturale e sociale a loro vicino, sviluppino a loro volta socialità e cultura diffusa, attraverso la pubblicazione dei loro elaborati sul sito realizzato in collaborazione con Il Sole 24 Ore e il dibattito online sulla pagina Facebook dedicata al progetto (facebook.com/SocInnTV). 

Nel maggio 2015 il progetto The Social Place è stato “adottato” dal Comune di Milano, attraverso il bando “Adolescenti e Sicurezza” come strumento per il coinvolgimento degli adolescenti di zona 1 e zona 6 (in ATI con La Cordata e Arci) al fine di creare una narrazione “partecipata” del territorio milanese, e al tempo stesso per sviluppare le capacità cognitive, di relazione sociale e di interpretazione della realtà degli adolescenti. I giovani milanesi coinvolti nel biennio previsto dal bando sono dunque invitati ad imparare a raccontare storie “di quartiere” attraverso corsi settimanali di storytelling. Il corso sviluppa anche la consapevolezza delle infinite possibilità di racconto e restituisce ai ragazzi gli strumenti critici per interpretare le notizie, sia lette sia “viste” in tv.

+ PERCHÈ È NATA NON CHIEDERCI LA PAROLA
+ IL SITO DI NON CHIEDERCI LA PAROLA

17.10.2007

Il 19 aprile del 2004, per festeggiare 15 anni di Blob, al cinema sociale di Brescia si tiene una maratona di 15 ore di proiezioni senza sosta del format che ha cambiato la televisione italiana. Al buio – conditio sine qua non del cinema – e fuori dall’orbita – conditio sine qua non di Ghezzi come anche il fuori orario, e tutti gli altri “fuori” del grande gioco mediatico – l’inventore del neo-linguaggio catodico per eccellenza, ispirandosi a Paul Valery, spiega come “ogni telespettatore fa il suo blob”.
Sono passati solo tre anni dal primo “we blog” detto in italiano. Ovvero dal primo tentativo di scrittura personale e diaristica su internet nella nostra antica e nobil prosa. Interrotti e interattivi, e tuttavia continuum ossessivi intervallati solo da spazi bianchi del “non detto” e del “non successo”, i blog si diffondono nella rete come un enorme lingua di blob inintermediato e al contrario immediato. Invadendo – senza chiedere il permesso – luoghi letteralmente abitati, e occupando spazi inesistenti. Che diventano nuovi posti di interdialettica, libera da qualsiasi schema precostuito e “fuori” dalle leggi della comunicazione tout-court.
Cristina ed Enrico si scrivono riflettendo sui linguaggi di vecchi e nuovi media, creando un saggio pubblicato da Il Sole 24 Ore, all’interno di Nòva24 Review.

+ IL TESTO BLOBBLOG

16.9.2007

Ho scritto un pezzo su di loro sul Sole 24 Ore, e quando qualche mese dopo Maddalena Trochetti Provera mi ha chiesto un’introduzione curatoriale per una delle prime esposizioni personali della coppia artistica Blue&Joy non ho potuto che esserne felice. Segue il testo.
La pubblicità è una grande scuola. La pubblicità insegna a parlare, a comunicare e anche a convincere le persone che quella cosa lì, che stanno guardando in quel momento, è quella di cui hanno assolutamente bisogno, e che dovranno fiondarsi a comprare.
La pubblicità è lo strumento industriale più potente del terzo millennio, e chi ci ha vissuto dentro, come Daniele Sigalot e Fabio La Fauci – in arte Blue&Joy – lo sa bene.
Dieci anni dentro il mondo dell’advertising, in una grande multinazionale, ti insegnano a dire tutto e il contrario di tutto. Ti insegnano a pensare a cosa sta pensando il tuo capo, e al tempo stesso il tuo cliente, e poi anche anche il consumatore. Colui per il quale, in fin dei conti, stai creando il tuo nuovo spot, claim o jingle che sia perché un giorno, da uno scaffale, il disgraziato acquisti quel “prodotto” per cui ti stai così tanto scervellando.
In dieci anni di pubblicità non esistono orari, non si guadagna tanto e si vive gomito a gomito con menti creative – spesso le migliori teste pensanti del mondo dei media – domandandosi l’un l’altro “che ci faccio qui?”, e soprattutto “potrò mai avere una vita normale, fuori dall’ufficio?”.
Blue&Joy si sono ribellati alle quattro mura di un’agenzia creandosi un’altra – e più alta – identità. Hanno utilizzando il copywriting per fare arte, ed hanno trasformato il loro sentire – ma anche il loro sapere – in tele da dipingere. Una sorta di rivalsa verso il tirannico mondo della pubblicità, ma forse, guardando il lato positivo della storia, anche un’evoluzione.
Chi mai aveva utilizzato le potenti parole dei claim per fare cultura? In passato, è sempre avvenuto il contrario: la pubblicità macinava concetti artistici e se ne usciva con uno spot, prima che arrivassero Blue&Joy e la loro post-pubblicità.
Questa “strana coppia” ha rotto gli schemi ed ha espresso, semplicemente, la dicotomia della generazione dei nati negli anni Settanta: dolce-amaro, triste allegro, depresso- euforico, amato-odiato. I loro lavori raccontano l’incapacità di essere un unico soggetto coerente – e tutto d’un pezzo –. E il disagio di vivere, quotidianamente, dilaniati tra la scelta dell’una e dell’altra cosa, con l’indecisione perenne a carico.
Forse, peraltro, era un problema sentito anche dalle generazioni precedenti. Soltanto, non l’hanno mai ammesso.

+ IL MIO TESTO CURATORIALE DELLA MOSTRA DI BLUE&JOY 

3.7.2007


Ilaria Cavo, Valeria Braghieri, Annalena Benini sono le colleghe insieme alle quali sono stata insignita del Premio Ischia di Giornalismo dedicato alle giovani firme. E’ stato uno dei momento più belli della mia vita professionale, e ho un ricordo meraviglioso dell’isola e degli organizzatori, alla quale sono rimasta molto legata, tanto da creare e diventare, l’anno successivo, la coordinatrice del il Premio Ischia Social Media. Il regolamento si basa non tanto sulla biografia del blogger-autore-giornalista, quanto sul valore, la tempestività, la rilevanza della notizia o approfondimento che sono stati pubblicati. Il primo Premio Ischia Social Media è stato vinto da Marco Travaglio e Peter Gomez per il loro blog dal titolo Voglio Scendere.

+ L’ALBO D’ORO DEL PREMIO ISCHIA GIORNALISMO
+ L’INVITO A COLLOQUIO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 

4.9.2006

Era una pellicola TRX di Kodak quella che ha fatto questo scatto. Il fotografo, Gary Waller. Uno degli incredibili fotografi con cui ho passato dieci giorni a Cuba, alla scuola di Ernesto Bazan, a scattare con quella che sarebbe diventata la preistoria della fotografia. Una macchina fotografica Nikon.

+ IL SITO DI ERNESTO BAZAN

7.7.2006

Il mondo femminile val bene un’inchiesta. Stanno accadendo cose nuove che neppure noi, siamo in grado di raccontare. La fecondazione assistita, la tecnologia che entra nel privato mondo della maternità, le scelte delle donne si ampliano e si complicano, a partire dal proprio corpo fino alla professione, e alla voglia di arrivare là dove non siamo mai arrivate, in tutti i campi, per conquistare il mondo. Ragionare con la propria testa ma anche fare passi avanti: per questo mi piaceva scrivere di donne, e mi ha appassionato ascoltare le loro storie, e riportarle, affinché altre ne leggessero.

+ LA PRIMA INCHIESTA SUL FEMMINILE: NO CHILDREN NO CRY
+ LA RUBRICA SULLE BARRIERE LINGUISTICHE

1.4.2006

Ho iniziato a preoccuparmi del tema femminile nell’informazione da quando, al Festival Internazionale di Giornalismo, insieme ad Angelo Melone, Bejamin Rice e Maria Luisa Agnese abbiamo intavolato il tema del giornalismo e delle donne. In effetti siamo ed eravamo poche, tra le firme che contano, in prima pagina. Ecco la sintesi del mio intervento

8 giorni, 5 quotidiani, 487 firme in prima pagina, 78 donne

Stasera ho ripreso in mano tutti i miei conteggi settimanali. Il compitino era, come spiegato in un precedente articolo, contare le firme in prima pagina su 5 quotidiani presi in esame. Il Manifesto, La Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Giornale, Il Sole 24 Ore.
La giornata di domenica non è molto indicativa. Aveva ragione Corinna De Cesare, firma femminile sul Corriere della Sera la scorsa domenica 10 febbraio, che commentava sul mio articolo precedente con una speranza, in positivo.
La domenica ci sono meno persone, in redazione. Probabilmente anche molte meno donne. Anche oggi ho contato solo 7 donne in prima pagina, su un totale di 65 firme. Negli altri giorni della settimana è un pò meglio. E tuttavia, non così TANTO meglio.
Lunedì 11 febbraio. Ho comprato L’Unità al posto de Il Manifesto, perché il lunedì non esce. Spero non me ne vorrete.

58 firme, 14 donne.
Martedì 12 febbraio. 56 firme, 8 donne.
Mercoledì 13 febbraio. 52 firme, 12 donne.
Giovedì 14 febbraio (San Valentino). 59 firme, 9 donne.
Venerdì 15 febbraio. 87 firme, 10 donne.
Sabato 16 febbraio. 57 firme, 13 donne.
Oggi, domenica 17 febbraio. 65 firme, 7 donne.

In 8 giorni, il conteggio è il seguente: 487 firme in totale sui 5 quotidiani presi in analisi. 78 donne firmano in prima pagina. Il 16% del totale. La percentuale è stata ottenuta calcolando anche le donne di cui non è specificato il nome di battesimo in prima pagina – la maggioranza – e di cui sono andata a trovare i nomi, per gli articoli ripresi in prima, all’interno dei giornali.

Lascio ad analisi successive (seguirò per un mese i quotidiani) su quali giornali sono valorizzate meglio le donne, e in quali ambiti. Mi preme però sottolineare, in questa sede come non abbia letto in una settimana alcun editoriale femminile, né tantomeno articolo di commento politico/economico.

+ IL FESTIVAL INTERNAZIONALE DI GIORNALISMO

5.12.2005

Andrea Pezzi è uno di quegli incontri speciali, che non puoi dimenticare. Quando ti chiede, poi, di partecipare alla creazione del suo programma televisivo, beh, entri in una dimensione “spettacolare”. Il gruppo autoriale che ha creato Il Tornasole (questo il nome del programma che abbiamo ideato) è tra i più brillanti a cui abbia mai partecipato: Giuliano da Empoli, Jacopo Barigazzi, Angelo Crespi e Cristiana Mastropietro, in particolare, sono rimasti grandi amici. Cristiana, per me, è stata una grande maestra. Con lei ho capito che lavorare alla costruzione di un palinsesto televisivo su cellulare e partecipare alla costruzione di un palinsesto televisivo attraverso la creazione di un programma televisivo originale sono cose molto molto diverse. Creare un programma da zero mi ha fatto capire che sarebbe stato bello pensare a mia volta format, programmi, serie, magari per internet, con un’indipendenza creativa totale, aprendo le porte a una nuova vita. E così ho fatto, poi.

+ CON GLI AUTORI IN REDAZIONE

6.10.2005

Innovare un quotidiano è un arduo compito. In un luogo fatto di rotative e decine di anni di storia è ancora più complesso. Luca de Biase è stato chiamato da Ferruccio de Bortoli per farlo, insieme, e ne è uscito un prodotto editoriale meraviglioso. Un inserto di 24 pagine del giornale, un sito internet, e una piattaforma multiblog che per la prima volta in Italia ha chiamato a partecipare innovatori tecnologici, scientifici e creativi alla costruzione del progetto editoriale online. La mia parte, in questo contesto, è stata di coordinare il progetto online Nòva100. Parallelamente, ho ricominciato a scrivere, occupandomi di creatività all’interno delle pagine settimanali di Nòva24.

+ IL MIO BLOG SU NÒVA
+ IL SITO DI NÒVA
+ TWITTER DI NÒVA

20.1.2005

Tim è una grande multinazionale, che ti può inviare per un certo periodo di tempo in un altro Paese con l’obiettivo di realizzare ciò che cinque anni prima hai fatto in Italia. I servizi interattivi su cellulare.

Nei mesi trascorsi in Brasile non potevo non interessarmi del momento sociale che il Paese stava vivendo. Il divario tra favelas e quartieri ricchi, il nuovo fenomeno Lula, combattuto con ogni mezzo, lecito e illecito, dalla destra conservatrice. Ho avuto modo di scriverne durante i miei fine settimana solitari per Il Venerdì di Repubblica. Ed è stata una bella esperienza.

+ L’ARTICOLO SULLA POLITICA BRASILIANA PER IL VENERDÌ DI REPUBBLICA

27.12.2004


Quando abbiamo messo piede all’aeroporto di Bamako, capitale e città più popolosa del Mali, ho finalmente preso atto di qualcosa che conoscevo già, ma che non avevo perfettamente interiorizzato. Nella capitale del Mali, come di qualsiasi capitale africana, le strade non sono asfaltate. Nella capitale del Mali, non esistevano hotel internazionali, né igienici, né auto della nostra epoca, né tantomeno internet, medicinali, servizi. Nella capitale del Mali, oltre a una polvere assordante, c’era ben poco di tutto ciò a cui ero abituata. Ma al posto del nostro perfettismo, ho trovato un nuovo molto di interpretare la vita. Ho provato ad improvvisare. Non sempre ci sono riuscita. Soprattutto nei paesi più poveri e abbandonati, è stato un compito praticamente impossibile. I paesi Dogon, Timbouctu: luoghi oggi inavvicinabili a causa di guerre fratricide, sono stati teatro del Festival au Desert. Un appuntamento quasi mitico, e un luogo dove ho incrociato tribù provenienti da tutto il mondo. Noi, eravamo una tribù internet: Stefano Iselli, Fausto Gimondi, Francesca e io.

+ IL FESTIVAL AU DESERT 

1.10.2004

Quando hai ruoli di responsabilità a volte ti manca un po’ il giornalismo “on the road”. E’ per questo che nel 2003 ho ripreso a scrivere per Repubblica, in particolare per l’allora inserto Musica. Mi sono occupata di inchieste ed interviste a personaggi della musica emergente ed alternativa, ho fatto diversi viaggi con gruppi musicali e ho frequentato il backstage di artisti meravigliosi come Elisa, Bandabardò, Franz Ferdinand e molti altri. Nell’ottobre 2004 ho intervistato Albertino di Radio Deejay all’interno di un pezzo che partiva dalla domanda: “come mai le radio programmano sempre le stesse canzoni?”. All’interno della conversazione, che vira intorno alle etichette indipendenti e gruppi alternativi come, gli chiedo come mai non siano mai on air i pezzi di gruppi come gli Afterhours, e Albertino mi  risponde “quando Manuel Agnelli farà un bel pezzo saremo i primi a programmarlo”. Quanto mai. Il giorno dell’uscita dell’intervista ho avuto parecchi problemi. Meno male non esistevano ancora i social media.  

+ L’ARTICOLO SU MUSICA DI REPUBBLICA

3.3.2004

La trattativa con le maggiori squadre di calcio italiane ha portato alla creazione di un palinsesto in stile SKY TV, offrendo al cliente la possibilità di viaggiare attraverso i migliori match e di poterli seguire anche fuori casa, per la prima volta. E’ stato frutto di singole contrattazioni con ciascuna squadra di calcio, di cui ho avuto modo di conoscere molto.

26.11.2003

E’ capitato spesso di andare in tivù, a raccontare cosa fosse la tivù su cellulare. Oggi non c’è più bisogno di spiegare nulla, ma eravamo agli albori, e un po’ ci sentivamo pionieri e pioniere, noi che realizzavamo i primi servizi online, prima che accadesse Tim Vision.

+ IL LINK DI TIM VISION TV 

15.5.2003

Dovevamo promuovere il suo ultimo film, in Tim. Lui, e Corrado Fortuna, entrarono nei nostri uffici: siamo diventati subito amici. Il suo genio e la sua ironia non mi hanno più abbandonato.

2.5.2002

Gestire i contenuti multimediali di Tim ha significato osservare non solo l’evolvere della creatività nell’audiovisivo, ma osservare e gestire il difficile momento di passaggio delle case discografiche, il cui modello economico si è sciolto, nel giro di pochi anni, come neve al sole. Non sapevamo cosa sarebbe accaduto negli anni a venire, ma sapevamo che molto sarebbe cambiato, e che sul cellulare si sarebbe potuto ascoltare molto di più di una semplice suoneria.

+ LA RASSEGNA STAMPA 

12.1.2001

Dopo l’esperienza in una multinazionale americana ho voltato pagina per intrecciare la mia strada con una multinazionale italiana: Telecom Italia Mobile. Era il momento in cui la compagnia telefonica aveva acquisito le licenze UMTS, e tutti si aspettavano a breve la televisione, sullo schermo del cellulare. In realtà, impiegammo anni a realizzarla questa tv sul cellulare, ma considero l’esperienza in TIM il mio master. Sono stati 5 anni romani meravigliosi, formativi, a contatto con manager di primissimo livello e collaboratori preziosi.

+ LA RASSEGNA STAMPA

8.3.2000

Come diceva Albert Einstein, è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio. Chi crede nella numerologia e nelle coincidenze direbbe che sono nata per scrivere di femminile, anche perché ho superato la prova orale dell’esame di Stato per diventare giornalista professionista l’8 marzo del 2000. Futuro e Femminile si incrociano in questa strana occasione, l’inizio del nuovo secolo, e la giornata internazionale delle donne. Sono fiera di questo tesserino, nonostante la fotografia da ragazzina scapigliata.

12.2.2000

Il momento che mi ha cambiato la vita è stato l’incontro con i ragni. O almeno, quelli che a Palo Alto chiamano i crowler: oggetti di software che definiscono quali informazioni far comparire in testa alle ricerche online. Prima di Altavista non so neppure se esistesse un motore di ricerca. Per me, certamente no. Lavorare alla costruzione di Altavista Italia mi fatto mettere la testa fuori dal recinto italiano, e aprire la vita a una prospettiva differente. Non ero più “solo” una giornalista. Stavo costruendo l’informazione “globale”.

+ LA RASSEGNA STAMPA

3.7.1999

Ho mandato il curriculum ad Ernesto Assante, giornalista storico di Repubblica, che a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila si è occupato di internet per il quotidiano, e mi ha risposto subito. Una chiamata sul cellulare da un numero privato: ricordo ancora, ero in motorino, mi sono fermata, e ho risposto. E’ stato uno dei giorni più belli della mia vita. Da quel giorno ho iniziato a lavorare per Repubblica. E a scrivere per loro di internet. Questo è il pezzo dedicato alla nascita di Dagospia. Allora uno dei tanti. Ma oggi è storia.

+ IL MIO PRIMO ARTICOLO FU DEDICATO ALLA NASCITA DI DAGOSPIA

1.4.1998

Ci sono persone che imparano studiando, e ci sono persone che imparano facendo. Ricordo il periodo a Il Mio Computer, in redazione con Edoardo Bracaglia, come uno dei più divertenti della mia vita. C’era tantissima energia, eravamo quasi tutti alla prima assunzione vera e propria e ci divertivamo a fare riviste tecniche. Iniziavamo ad entrare, descrivere, partecipare alla rivoluzione internet.

+ UN ARTICOLO “TIPO” A IL MIO COMPUTER

15.4.1997

Con il giornale universitario Inchiostro, di cui è fondatrice e direttrice, insieme al circolo letterario Fabula di Jacopo de Michelis e la piccola antologia Note Diverse organizza uno dei primi incontri dedicati agli scrittori cannibali. E’ il 1995 e si stanno affacciando alla letteratura Nicolò Ammaniti, Aldo Nove e Tiziano Scarpa: è una sorta di “stati generali” della neonata nuova letteratura italiana, e l’Università di Pavia è il luogo dove tutto questo accade.

+ L’ARTICOLO DE LA PROVINCIA PAVESE

1.9.1996

Un articolo scritto per l’esame di ingresso all’Istituto di Formazione di Giornalismo.
Una volta, quando non c’erano i Master di Giornalismo, c’era solo lui, l’IFG di Milano. E tutti coloro che volevano fare i giornalisti desideravano accedervi. Ho superato lo scritto con questo testo (forse scritto meglio, questa è una bozza) ma all’orale Adele Cambria mi ha chiesto lo Statuto Albertino. Classificata 21esima. Ne prendevano 20.
Non mi sono arresa, ma di scuole di giornalismo non ne ho tentate più.

+ BOZZA DEL TESTO DI INGRESSO ALL’ISTITUTO PER LA FORMAZIONE AL GIORNALISMO
+ IL LINK DELL’IFG

21.9.1994

Università degli Studi di Pavia. In un pomeriggio di ottobre, a casa di quella che sarà la direttrice Maura Mammola un gruppo di studenti di Letteratura Moderna e Contemporanea pensano alla creazione di un magazine universitario. Grazie a Daria Pandolfi, Barnaba Ponchielli, Filippo Ughi e Cristina nasce Inchiostro, che oggi è il giornale universitario più longevo d’Italia.

+IL PRIMO NUMERO DI INCHIOSTRO  
+IL SITO DI INCHIOSTRO  
+ FB DI INCHIOSTRO  
 
+ IG DI INCHIOSTRO   

11.11.1985

Una fotocopia ritrovata, scannerizzata, riletta e commossa. La storia di una sorella che ha passato i primi mesi di vita a cavallo tra la vita e la morte, raccontata da una sorella maggiore, di 12 anni.

+ IL TEMA IN CLASSE CHE HO CONSERVATO GELOSAMENTE 

4.4.1980

Quella col dolcevita rosso, e con il foulard verde attorno al collo, sono io. Mai avuto i capelli lunghi, da piccola.
La scuola è l’elementare Oggioni di Villasanta (provincia di Milano una volta, oggi di Monza e Brianza)